4 gennaio 2010
Chi non conosce il radon alzi la mano – Ebook
Posted by Cristina Rigutto under Comunicazione della scienza, Terremoto in Abruzzo, ricerca scientifica | Tag: abruzzo, Giampaolo Giuliani, L aquila, prevedere terremoti, pseudoscienza, radon, sisam, terremoto |1 Comment
27 dicembre 2009
Doping: passato presente e futuro di una pratica antisportiva!
Posted by bonellomarco under Medicina e Bioetica | Tag: calcio, CERA, ciclismo, Danilo di Luca, davide Rebellin, doping, doping genetico, EPO, eritropietina, FANS, farmaci, ossigeno, pratica antisportiva, Prof. Roberto Leone, reato, Riccardo Riccò, sport, vitamine |1 Comment
Definito come: “l’assunzione o la somministrazione di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, non giustificate da condizioni patologiche, allo scopo di alterare le prestazioni degli atleti”, il doping rappresenta oggi una costante e triste presenza nel mondo dello sport.1
Ma quando è nato, dov’è arrivato e quale sarà il futuro di questo fenomeno? Lo abbiamo chiesto al Prof. Roberto Leone, Professore Associato presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Verona.
Dr. Leone, a quale epoca possiamo far risalire la nascita del doping?
Il doping ha una storia antica quanto quella dello sport. Di fatto, già all’epoca delle seconde olimpiadi, nel 668 a.c., abbiamo delle documentazioni storiche che ci raccontano l’abitudine degli antichi atleti greci di utilizzare funghi allucinogeni, erbe ed altre sostanze, per incrementare le loro prestazioni sportive.
Qual è stata la prima volta che Lei ha sentito parlare di doping?
Beh, ho un ricordo molto vivido perché ho assistito ad una delle morti famose da sostanze dopanti: nel 1967, ero davanti alla televisione, seguivo il Tour de France e non mi posso scordare che, in diretta televisiva, c’è stata la morte di Simpson, un ciclista inglese, che nella tappa del Mont Ventoux si accasciò a terra per un collasso cardiaco e poi morì. Io ero allora un ragazzo e questo, diciamo, è il ricordo che ho del mio primo contatto col doping.
Si trattava della prima morte associata all’uso di sostanze dopanti?
No, la prima morte che con sicurezza è stata determinata da una sostanza dopante è avvenuta nel 1886. Si trattava del ciclista gallese Arthur Linton (diventato famoso proprio per essere stato la prima morte accertata per doping) e fu causata dal trimetil, uno stimolante del sistema nervoso centrale anfetaminosimile.
Qual è stato, secondo Lei, lo scandalo che ha maggiormente sensibilizzato l’opinione pubblica sul fenomeno doping?
Mah, almeno per quanto riguarda l’Italia, parlerei degli scandali che ci sono stati verso la fine degli anni ‘90, in particolare lo scandalo del Tour de France del 1998 e successivamente quello del giro d’Italia, insomma quelli legati al ciclismo, sia per l’eco che hanno avuto, sia per il coinvolgimento di un ciclista molto amato e molto famoso come Pantani. Si, credo che questi siano stati gli eventi che hanno maggiormente scosso l’opinione pubblica italiana sul fenomeno doping.
Quando è stato istituito il primo elenco di sostanze dopanti e che cambiamenti ha subito nel corso degli anni?
Il primo elenco risale al 1968, ed è stato redatto dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale). All’inizio conteneva solamente stimolanti e narcotici ma, negli anni successivi, se non ricordo male nel ’73, sono stati inseriti gli steroidi di sintesi e solamente nei primi anni ‘80 il testosterone. La lista si è via via aggiornata negli anni, fino al 2004, anno in cui è stata istituita la WADA (World Anti-Doping Agency), che ha redatto una sua lista contenente tutto quello che, fino ad oggi, conosciamo come sostanze dopanti.
Che cosa ha rappresentato per la lotta al doping la nascita, nel 1999, della WADA (World Anti-Doping Agency)?
Prima del 1999 la lotta al doping era portata avanti dalle stesse autorità sportive che erano in qualche misura coinvolte in un atteggiamento di favoritismo e sopportazione, nei confronti di questa pratica illegale. L’affidarsi ad un ente esterno come la WADA (World Anti-Doping Agency) ha significato incrementare la lotta al doping, avere una lista di sostanze dopanti più completa e, soprattutto, ridurre questi atteggiamenti di sopportazione nei confronti di certe pratiche dopanti. Dico ridurre perché, purtroppo, essendo la WADA sovvenzionata dal mondo dello sport, la sua indipendenza non è proprio totale. Tuttavia le cose sono sicuramente migliorate rispetto al passato.
Quali sono le sostanze dopanti, che possono essere rintracciate con le attuali tecniche di analisi e quali, invece, risultano ancora impossibili da rilevare?
Sicuramente si rintracciano tutti gli stimolanti del SNC, le anfetamine e la cocaina. Si riescono a rintracciare bene i corticosteroidi, i betabloccanti e i beta2 agonisti.
Le difficoltà ci sono, soprattutto, con gli ormoni e con gli steroidi anabolizzanti, in particolare quelli di sintesi. Si riescono infatti a rintracciare solamente una volta che li conosciamo, faccio un esempio: il THG, che è un famoso steroide anabolizzante di sintesi ideato a scopo di doping, per alcuni anni non era conosciuto e quindi non si poteva individuare. Solamente in occasione delle olimpiadi di Atene si sono riusciti ad avere dei test specifici per rintracciarlo.
Altri problemi e difficoltà si hanno con le eritropoietine, anche se recentemente si sono riusciti a mettere appunto dei metodi molto più sensibili rispetto al passato.
Molti problemi ci sono con l’ormone della crescita, mentre il testosterone si riesce ad individuare misurando il rapporto tra il testosterone ed una sua forma isomerica, che si forma naturalmente, che è l’epitestosterone. Quando questo rapporto è alterato, si sospetta l’uso di testosterone esogeno.
L’insulina è un altro problema, non è assolutamente semplice da rintracciare (è molto più facile trovare qualche atleta con siringa sospetta nascosta o nell’atto di somministrarsela).
Come vede molti progressi sono stati fatti nelle analisi antidoping, tuttavia non tutto si riesce ad individuare.
Lo sport maggiormente colpito dal fenomeno doping è, senza ombra di dubbio, il ciclismo. Che tipo di doping possiamo trovare in questo sport?
I problemi maggiori che ci sono nel mondo del ciclismo sono sicuramente, da una parte, l’eritropoietina e dall’altra il cosi detto doping ematico, ossia le trasfusioni e le autoemotrasfusioni di sangue che tra l’altro un tempo non erano nemmeno vietate (Moser, ad esempio, ha fatto il record dell’ora sottoponendosi, prima della prova, ad autoemotrasfusioni). Eritropoietine, trasfusioni e altri mezzi che incrementano l’apporto di ossigeno ai muscoli, in uno sport di resistenza come il ciclismo, aumentano di molto le performance degli atleti.
Il mondo del ciclismo è sempre stato associato al doping, sia per gli scandali che ci sono stati (citavo prima gli scandali della fine degli anni ‘90), sia per le dichiarazioni degli stessi protagonisti, ciclisti anche di fama elevata che denunciavano l’esistenza del fenomeno doping nel mondo del pedale.
Lo stesso Armstrong, forse uno dei ciclisti più forti della storia, è stato sospettato, in passato, di far uso di sostanze dopanti.
Insomma, il fenomeno è stato ed è ancora oggi molto diffuso, ci vorrebbe un ripensamento in tutto questo sport che è uno sport bellissimo ma dove si richiedono agli atleti delle prestazioni che vanno al di la della possibilità umana e quindi (non per giustificare) dove il ricorso a sostanze esterne diventa quasi obbligatorio.
Bisognerebbe veramente ripensare un po’ a tutto quanto!
Recentemente, nel mondo del calcio, è scoppiato l’ennesimo caso di positività alla cocaina. Si tratta veramente di una sostanza che può incrementare le prestazioni, in uno sport cosi tecnico come il calcio, o è solamente una droga usata dai giocatori a scopo “ricreativo”?
Non è facile rispondere a questa domanda. Sicuramente c’è un uso della coca da un punto di vista ricreativo, faccio un esempio: dubito che Maradona avesse bisogno della cocaina per migliorare le sue prestazioni; io penso che, il più delle volte, sia un discorso legato ad un uso-abuso della droga, più che per migliorare la performance.
Tuttavia, bisogna dire che la cocaina ha la capacità di aumentare l’aggressività e la concentrazione e che questi effetti, in alcuni sport come ad esempio il football americano, il basket e lo stesso calcio, portano sicuramente ad un aumento della performance.
Anche nel tennis, se non sbaglio, sono stati trovati atleti che facevano uso di cocaina!
Anche qui è difficile capire l’uso per aumentare la performance. Ripeto, c’è sicuramente un vantaggio, ma per prestazioni che durano poco nel tempo, non più di un’ora e mezza o due, altrimenti gli effetti sono peggiorativi piuttosto che migliorativi.
Riccardo Riccò, Davide Rebellin e Danilo Di Luca, tre campioni italiani trovati positivi alla famosa CERA, l’EPO di terza generazione. Ci sembra di capire che questa sostanza rappresenti un po’ la moda del momento. Ci può spiegare meglio cos’è, come agisce e che rischi corre una atleta che la usa?
Quando siamo in debito di ossigeno, per esempio perché stiamo facendo uno sforzo intenso, come può essere una tappa di ciclismo, una corsa, o così via, le cellule del rene sintetizzano un ormone, che si chiama eritropoietina, questa sostanza va poi a legarsi ad alcune cellule progenitrici dei globuli rossi, stimolandone la proliferazione.
Si avrà così un aumentato apporto di ossigeno ai tessuti, dovuto ad un aumento dei globuli rossi circolanti.
Dal momento in cui, a scopo terapeutico, sono state messe appunto delle eritropoietine esogene per curare l’anemia, queste sono state anche utilizzate a scopo di doping, in quanto, aumentando il trasporto di ossigeno ai tessuti muscolari incrementavano le prestazioni degli atleti.
La C.E.R.A. che cos’è? La C.E.R.A. è l’acronimo di 4 parole inglesi che sono : Continuous Erythropoietin Receptor Activator, ossia: attivatore continuo dei recettori dell’eritropoietina.
Si tratta di una sostanza che simula l’ormone naturale (l’eritropoetina) e che si lega alle cellule progenitrici dei globuli rossi e, in maniera continua, con una lunga durata d’azione e con un’unica somministrazione mensile, riesce ad aumentare il numero dei globuli rossi circolanti.
E’ vantaggiosissima per un uso terapeutico, in quanto riduce il numero di somministrazioni ed aumenta la durata d’azione, ma è anche, purtroppo, vantaggiosa per il doping in quanto è più difficilmente identificabile rispetto alle vecchie eritropoietine.
Cosi come tutte le altre sostanze dopanti, anche la C.E.R.A. presenta dei rischi per la salute. Aumentando il numero dei globuli rossi circolanti aumenta anche la viscosità del sangue e quindi il rischio di effetti tromboembolici come ictus, infarto ipertensione, ecc.
Quale sarà il futuro del doping? Contro quali tecniche e sostanze dopanti la WADA dovrà lottare nei prossimi anni?
Il problema più rilevante è quello del doping genetico, ovverosia l’utilizzo, a scopo di doping, di quelle che sono le tecniche della terapia genica (la modifica cioè dei geni di un individuo, al fine di curare alcune malattie, come ad esempio le malattie rare).
Già oggi, tra i metodi proibiti contenuti nella lista WADA, troviamo il doping genetico, Si ipotizzano, infatti, alcuni suoi possibili usi: ad esempio, si potrebbero modificare le cellule del tessuto muscolare, affinché producano una sostanza in grado di inibire il fattore che blocca la proliferazione delle fibre muscolari, portando così ad un aumento della massa muscolare. Oppure, si potrebbero modificare le cellule del rene, affinché producano più eritropoietina o perché siano più sensibili alla mancanza di ossigeno.
Riuscire a scoprire il doping genetico è praticamente impossibile, dovremmo, infatti, sottoporre gli atleti a delle biopsie e questo è impensabile.
Quello che bisogna fare è cercare di diffondere, tra gli atleti, non solo la cultura dell’etica e della morale, ma anche di far capire quali sono i rischi che si possono correre con pratiche di questo tipo, pratiche che, essendo svolte in maniera illegale, non sono esenti da rischi molto forti quali tumori, malattie immunitarie e via discorrendo.
Spesso, durante i controlli antidoping, molti atleti dichiarano di assumere prodotti come FANS (Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei), vitamine ed integratori.
Ci sembra di capire che l’uso di tali sostanze (magari con dosaggi massicci e per lunghi periodi) sia una prassi piuttosto comune nel mondo dello sport.
Tali sostanze, non considerate dopanti, possono comunque portare ad un miglioramento delle prestazioni sportive? Per quali motivi vengono usate?
Queste sostanze non sono considerate dopanti dalla World Anti-Doping Agency. Tuttavia, bisogna dire che nella lista WADA di quest’anno, la prima pagina si apre con questa frase: ”qualsiasi farmaco dovrebbe essere utilizzato solo per necessità terapeutiche”. Un comma della stessa legge antidoping italiana (noi siamo una delle poche nazioni che ha una legge antidoping e il doping in Italia è considerato un reato penale) dice che: ”i farmaci e qualsiasi altra sostanza dovrebbero essere utilizzati solamente a scopo terapeutico”. Purtroppo osserviamo, al di la delle reali evidenze scientifiche che queste sostanze possono avere, un fenomeno di largo utilizzo da parte degli atleti di: integratori, vitamine, ecc. Si nota per esempio, un largo uso della creatina, sostanza le cui effettive capacità di aumentare le prestazioni sono tutte da dimostrare.
Gli integratori servono soltanto in presenza di un reale deficit. Integrare con carboidrati e integrare con liquidi ed elettroliti va sicuramente bene, integrare invece con proteine, aminoacidi o derivati degli aminoacidi, a mio parere, non va bene, non serve a nulla e può creare dei rischi. Ad esempio, ci sono molti studi che dimostrano che, un eccesso di vitamine, invece che essere benefico, può addirittura provocare un aumento complessivo della mortalità.
Altro discorso è quello dei farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS). Anche qui è chiaro che, nel mondo dello sport, ci possono essere molti traumi e quindi i farmaci antinfiammatori, cosi come i corticosteroidi, possono essere molto utili, ma per un periodo molto breve e soprattutto dopo il trauma. Qui, invece, c’è un utilizzo per prevenire il trauma, il che, ovviamente, non previene assolutamente nulla.
Questi farmaci, più che altro, vengono somministrati per non far sentire il dolore all’atleta, questo significa che, se siamo in presenza di un danno (come può essere uno strappo o una minifrattura) e l’atleta, non sentendo il dolore, continua a giocare, il danno si aggraverà. Questa è una pratica assolutamente deleteria per la salute dell’atleta, ma purtroppo, molto diffusa, basta pensare che, negli ultimi mondiali di calcio, quelli del 2006, l’80% dei calciatori ha fatto uso di FANS. Sembra che siano più malati loro, che non persone anziane e debilitate.
Quindi, questo è un altro degli aspetti negativi e nocivi del mondo dello sport, di questo eccessivo ricorso a farmaci che, per quanto legali, portano sempre con sé il pericolo di reazioni avverse.
Ritiene, allora che ci sia bisogno di una normativa al riguardo?
E’ difficile però fare una normativa, di fatto già c’è, citavo prima la legge italiana che dice appunto: possono essere utilizzate tutte queste sostanze solo quando c’è necessità terapeutica.
Anche la WADA invita ad utilizzare farmaci ed integratori solo quando c’è reale necessità. Difficile prevedere norme che vietino l’uso di tali sostanze perché possono esistere reali esigenze terapeutiche.
Quindi io credo che, più che altro, bisogna lavorare molto a livello della cultura degli atleti e dell’ambiente complessivo dello sport. Dobbiamo riuscire ad avere un ambiente che metta al primo posto dei valori di etica, rispetto dell’avversario ed onestà.
E’ vero oggi lo sport è sostanzialmente uno spettacolo, girano molti soldi e cosi via, ma questo non significa che, non si possa concorrere ad armi pari, senza ricorrere a sostanze esterne.
Gli atleti, soprattutto, dovrebbero essere consapevoli che rischiano la salute. E’ su questo che bisogna insistere perché non esiste sostanza, citavo prima le vitamine, che sia priva di effetti negativi.
Un ultima domanda, che cos’è, per Roberto Leone, il doping e cosa bisogna fare per sconfiggerlo?
Credo di aver già risposto nella domanda precedente. Per me il doping è soprattutto un problema relativo alla salute delle persone; credo che si rischi la salute e questo è un aspetto importante. Il doping, per me, è anche un problema etico, credo che sia ingiustificato ricorrere a qualcosa, oltre le proprie capacità, oltre la propria voglia di vincere, la propria voglia di allenarsi e di alimentarsi bene.
Capacità, un buon allenamento e una buona alimentazione, su questi tre pilastri si forma essenzialmente la prestazione sportiva; ricorrere a qualcos’altro significa sbagliare e significa rischiare la salute.
Tutto questo, io credo, lo possiamo combattere da una parte, continuando ed intensificando l’attività della WADA e delle autorità sportive, alfine di contrastare il fenomeno che, non scordiamoci mai, è nelle mani della criminalità organizzata, e dall’altra, cercando di diffondere la cultura dello sport pulito soprattutto nei confronti dei giovani, perché quello che ci deve allarmare è l’uso di sostanze dopanti da parte degli adolescenti, se non addirittura dei bambini, sappiamo benissimo che a partire dai 6-7 anni di età, c’è già il ricorso a sostanze dopanti.
1 Viene considerato doping anche, l´adozione o la sottoposizione a pratiche mediche, non giustificate da condizioni patologiche (ad es. l’auto-emotrasfusione e il doping genetico).
Per saperne di più:
Pagina del sito dell’Università degli studi di Verona dedicata al Prof. Leone:
http://www.motorie.univr.it/fol/main?ent=persona&id=1100&lang=it
Sezione del sito del Ministero della Salute dedicata al doping:
1 novembre 2009
I numeri dei Maya
Posted by Marta Bracciale under matematica | Tag: 2012, fine del mondo, maya, numeri |Leave a Comment
Il successo e la notorietà della civiltà maya si devono ad un numero: 2012. Un numero che negli ultimi tempi ha generato timore e fascino assieme. Tutti noi abbiamo sentito parlare almeno una volta della cosiddetta profezia maya sulla fine del mondo, il 21 dicembre 2012. Si tratta di un argomento ormai abusato, che nasconde in realtà il vero fascino di questa antica civiltà, capace ad esempio di prevedere eclissi con 5000 anni di anticipo e un margine d’errore minimo.
IL SISTEMA DI NUMERAZIONE DEI MAYA
Per capire e lasciarsi affascinare dalle grandiose abilità “profetiche” dei Maya, bisogna fare un salto indietro e capire il loro sistema di numerazione.
I Maya adottavano un sistema di numerazione a base vigesimale, posizionale e che comprendeva l’uso dello zero. I numeri erano rappresentati attraverso tre simboli:
· una conchiglia vuota rappresentava lo zero;
· il punto (Frijolito o Maisito, cioè un chicco di mais) corrispondeva al numero 1;
· la linea (Palito cioè una barretta di legno) corrispondeva al numero 5;
Le cifre venivano ordinate verticalmente: la cifra che rappresentava un valore più alto si trovava al livello grafico superiore. A volte le cifre venivano rappresentate come glifi a forma di faccia. Si pensa che questi glifi rappresentino la divinità associata al numero, anche se si tratta di un uso raro e testimoniato solo in alcune delle incisioni più elaborate. Tuttavia non bisogna dimenticare che per la civiltà maya la matematica faceva parte della sfera religiosa e rappresentava forme di conoscenza e di controllo delle energie sacre emanate principalmente dagli astri, considerate divinità o epifanie dell’essenza divina.
Per indicare un ordine numerico vuoto i Maya utilizzavano lo zero. Potevano rappresentarlo usando glifi diversi, solitamente a forma di conchiglia, ma anche con una spirale, con un guscio vuoto o un occhio socchiuso.
L’introduzione dello zero nel sistema di numerazione di questa civiltà sembra avere cause religiose: per i Maya infatti la numerazione scritta aveva una grande importanza dal punto di vista del computo del tempo, e i sacerdoti avevano bisogno dello zero come segnaposto nei loro calcoli legati all’astronomia e al calendario.
Per effettuare addizioni e sottrazioni i Maya usavano un particolare tipo di abaco, nel quale le cifre erano rappresentate per unità o per cinquine su una tabella (tablero). Addizione e sottrazione venivano effettuate combinando i diversi simboli:![]()
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CONTARE IL TEMPO CHE SCORRE
Una volta compreso il sistema di numerazione maya, è necessario osservare il sistema adottato da questa straordinaria civiltà per tenere il conto del tempo che scorre. La cronologia maya consisteva in un calendario molto elaborato, basato su cicli di durata diversa:
1. IL CICLO TZOLKIN
Questo ciclo era un calendario religioso basato su due cicli più brevi, uno di 13 giorni e un altro di 20. La combinazione di questi due cicli formava un ciclo di 260 giorni (13×20 = 260), il ciclo Tzolkin appunto. Ogni giorno entrambi i cicli avanzavano di uno. Il primo ciclo seguendo una sequenza numerata da 1 a 13, il secondo seguendo una sequenza di nomi come Ahau, Imix, Ik, Akbal, Kan e altri. Ne risultava la seguente sequenza: 1 Ahau, 2 Imix, 3 Ik, 4 Akbal, eccetera. Arrivati al 13 si riprendeva a contare da 1, ma la successione dei nomi, che erano in tutto 20, continuava. Allo stesso modo, terminata la serie dei nomi, si ripartiva dal primo, Ahau, senza azzerare la numerazione. I giorni con lo stesso nome e lo stesso numero si ripresentavano quindi dopo un intero ciclo Tzolkin, cioè ogni 260 giorni (essendo 260 il minimo comune multiplo tra 13 e 20).
2. IL CICLO HAAB
Si trattava di un calendario civile legato al ciclo delle stagioni della durata di 360 giorni. Il giorno era il k’in, 20 k’in costituivano un uinal e 18 di questi creavano l’haab, cioè l’anno di 360 giorni, più un 19° brevissimo uinal, di soli 5 giorni chiamati uayeb. I 18 uinal avevano ciascuno il proprio nome, così come i 20 kin, e ognuno era indicato con un proprio glifo. Le date del ciclo Haab e quelle del ciclo Tzolkin ritornavano a corrispondere tra loro ogni 52 cicli Haab. 52 anni era infatti la durata di un secolo e 20 anni di 360 giorni rappresentavano un K’atun, ciclo destinato a ripetersi senza variazioni significative, ed è proprio il k’atun ad essere rappresentato nelle steli che sono erette nelle città più importanti all’inizio o al termine di un ciclo significativo di 20 anni.
3. IL LUNGO COMPUTO
Il lungo computo indicava il numero di giorni dall’inizio dell’era maya. Non era solito numerare gli anni del ciclo Tzolkin, né quelli del ciclo Haab. Si usava però il lungo computo come numerazione progressiva dei giorni in un sistema di numerazione posizionle misto in base 13, 18 e 20. Precisamente si trattava di un numero di cinque “cifre”: la prima (quella delle “unità”) in base 20, la seconda (le “decine”) in base 18, la terza e la quarta di nuovo in base 20, la quinta in base 13. Queste “cifre” si scrivono da sinistra a destra, come per i numeri arabi.
Il ciclo completo del Lungo computo era quindi di 20×18×20×20×13 = 1872000 giorni (circa 5125 anni). Secondo i maya, ciascun ciclo del lungo computo corrisponde ad un’era del mondo; il passaggio da un’era all’altra è segnata dunque da un cambiamento preceduto da eventi più o meno significativi. Il ciclo attualmente in corso, è iniziato il 11 agosto 3114 a.C. ed è molto vicino al termine; il nuovo ciclo inizierà il 21 dicembre 2012.

Il complesso sistema di numerazione della civiltà maya nonché il loro sofisticato calendario ci fanno capire, quindi, l’importanza e la precisione del calcolo matematico presso questo popolo. Le abilità matematiche dei Maya vengono spesso dimenticate per lasciare spazio alla paura della presunta fine del mondo che, si dice, avverrà il 21 dicembre 2012.
Secondo il calendario maya questa data indica solamente l’inizio di un nuovo ciclo temporale, in concomitanza del quale dovrebbe avvenire un evento, un cambiamento fondamentale, sia esso positivo o negativo. Gli studi attuali mostrano come proprio in questa data avverranno importanti cambiamenti astronomici (per citarne alcuni: allineamento del sole con il centro galattico, termine di un ciclo completo di rotazione terrestre, tempeste solari).
Non c’è da stupirsi, dopotutto i Maya furono in grado di prevedere l’eclisse solare del 1999, avvenuta con soli 33 secondi di ritardo rispetto a quanto previsto 5000 anni prima da questo popolo! Nessuna magia, nessuna fine del mondo: solo una precisa, straordinaria e complessa abilità nel calcolo matematico.
Marta Bracciale
QUALCOSA NON TI È CHIARO? ECCOTI IL GLOSSARIO!
VIGESIMALE = tipo di numerazione avente per base il numero 20.
POSIZIONALE = sistema di numerazione dove i simboli usati per scrivere i numeri assumono valori diversi a seconda della posizione che occupano.
GLIFO = dal greco “incidere”, indica un qualsiasi segno, inciso o dipinto.
ZERO = cifra usata nei sistemi di numerazione posizionali per saltare una posizione e dare il valore appropriato alle cifre che la precedono o la seguono. Significa anche niente o nullo.
MINIMO COMUNE MULTIPLO = dati due numeri a e b, è il più piccolo intero positivo che è multiplo sia di a che di b.
NUMERI ARABI = sistema di rappresentazione simbolica più comune al mondo. I segni che lo rappresentano, in associazione all’alfabeto latino, sono 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9.
CENTRO GALATTICO = noto anche come centro della Via Lattea, è il centro rotazionale della nostra galassia e si trova circa a 26000 ± 1400 anni luce dalla Terra.

10 ottobre 2009
METODO SCIENTIFICO PER GIOCARE AL SUPERENALOTTO? NO GRAZIE !
Posted by bonellomarco under 1 | Tag: gioco, lotto, matematica, statistica, superenalotto |Leave a Comment
Tra le migliaia di persone che ogni settimana giocano al Superenalotto ve ne sono alcuni, i cosi detti giocatori razionali, che sostengono di affidare le loro vincite a metodi scientifici.
La figura del giocatore razionale è molto diffusa nel mondo dei giochi a pronostico, chi di noi non ha almeno un amico che, convinto di aver trovato un sistema di vincita infallibile, tiene conto di tutti i numeri che escono da quando è stato inventato il Superenalotto, un amico che quando punta al Lotto dice di rifarsi sempre almeno delle spese, che prima di fare una puntata utilizza sofisticati programmi informatici per avere la combinazione numerica vincente?
Ma quanti di questi amici sono realmente riusciti a vincere al Superenalotto o ad altri giochi a pronostico? Esiste davvero un metodo sicuro per azzeccare la combinazione di numeri vincenti?
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Se pensiamo che esiste una sola sestina vincente, mentre il numero di tutte le possibili sestine, ottenibili con i 90 numeri in gioco, è uguale a 622.614.630 e che quindi la probabilità di fare sei è pari a: 1/622.614.630 = 0,00000016%, ci rendiamo conto di quanto difficile sia vincere al Superenalotto.
I cosiddetti metodi “scienticamente vincenti” non sono affatto scientifici, nè tantomeno vincenti: sono infatti fondati su una serie di errori logico-matematici che li rendono sbagliati e quindi del tutto inutili.
Nella metodologia di scommesse del giocatore razionale possiamo identificare, infatti, cinque errori, vediamoli in dettaglio:
Puntare sui numeri ritardatari.
Si tratta di un errore molto comune ed è tipico di tutti i tipi di gioco a pronostico (Lotto e Superenalotto, Totocalcio, Roulette, ecc…).
Molto spesso si sente parlare dei famigerati “numeri ritardatari”, ossia numeri che non vengono estratti da molto tempo, il giocatore razionale erroneamente pensa che questi numeri, non presentandosi da molto tempo, abbiano maggiori possibilità di essere estratti. Il giocatore crede di affidarsi alla cosiddetta legge dei grandi numeri, che in effetti esiste e ha una giustificazione matematica, ma la applica in modo sbagliato. La legge dei grandi numeri afferma che, più il campione di prove che si considera è numeroso, più è difficile trovare scostamenti fra le frequenze con cui esce un numero o un altro. In realtà, la legge dei grandi numeri non dà alcun sostegno all’idea del ritardo. Considerando, ad esempio, il lancio di una moneta: I due risultati possibili, ‘testa’ o ‘croce’, hanno la stessa identica probabilità di verificarsi: 1 su 2, ovvero il 50%. Se però, proviamo a lanciare effettivamente una moneta per un certo numero di volte, ben difficilmente otterremmo il 50% esatto, con 10 lanci potremmo ad esempio avere 7 volte ‘testa’ e 3 volte ‘croce’, avremmo così una frequenza dell’evento ‘testa’ pari al 70%, con conseguente frequenza dell’evento ‘croce’ pari al 30%. Le due frequenze possono quindi discostarsi significativamente dalle relative probabilità teoriche. Ma se ipotizziamo di lanciare la moneta 100 volte anziché 10, difficilmente avremo ancora valori così distanti dal 50%. Se è facile che con 10 lanci possa venire per 7 volte ‘testa’, è molto più difficile che con 100 o 1000 lanci venga per ben 70 o 700 volte ‘testa’ (valore necessario per avere ancora una frequenza del 70%). In questo caso le due frequenze potrebbero arrivare, per esempio, a 0,6 e 0,4. E se i lanci fossero decine di migliaia o più anche due frequenze come 0,6 e 0,4 risulterebbero difficili da ottenere: i valori trovati sarebbero invece più vicini al 50%, ossia all’effettiva probabilità teorica. Quello che si ricava da queste considerazioni è che all’aumentare del numero di prove eseguito, le frequenze dei due eventi si avvicinano al valore delle rispettive probabilità.
Questa è la legge dei grandi numeri. Dove avviene l’errore del giocatore? Nel travisare la frase che dice:<<…all’aumentare del numero di prove…>> con la frase <<…dopo un elevato numero di prove….>>. Ecco allora che se, per esempio, esce 9 volte di seguito ‘testa’, al decimo lancio, chi si affida al concetto di ‘numero ritardatario’, crederà sia più probabile l’uscita del valore ‘croce’.
Il comportamento della moneta appare bizzarro ed è quindi facile pensare che la faccia con la ‘croce’ abbia un diritto di rivalsa. Se all’aumentare delle prove le frequenze vanno aggiustandosi verso le relative probabilità, significa che le discordanze devono bilanciarsi allora l’evento ‘croce’ deve avere qualche possibilità in più di verificarsi rispetto all’evento ‘testa’. Giusto? No sbagliato, al decimo lancio i due eventi sono ancora equiprobabili nonostante vi siano già stati prima 9 lanci con l’uscita della ‘testa’. Infatti la legge dei grandi numeri non dice che la probabilità si bilancia dopo un elevato numero di prove. Non si può mai considerare un dopo o un durante. Il concetto di probabilità è un concetto a priori. Nel nostro caso, l’evento ‘testa’ per 9 volte di seguito è un fatto ormai già accaduto, quindi la sua probabilità è del 100%; è cosa certa. Non ha senso utilizzare una tale informazione per successive valutazioni statistiche. Ogni volta che si lancia la moneta, si riparte sempre da zero.
La stessa definizione di evento ritardatario si basa sull’errore di stabilire arbitrariamente un momento in cui fissare l’inizio delle prove. Si considera cioè un certo ‘adesso’ e da questo si definisce un certo ritardo. Ma cosa sappiamo della vera storia di una moneta? Non potrebbe darsi che, prima del nostro giochino, quella moneta fosse stata lanciata da altre persone e si fosse presentata per 20 volte di seguito proprio la croce”?
Puntare sui numeri ricorrenti.
Alcuni giocatori tendono a pensare che un numero uscito spesso in passato abbia buone probabilità di uscire ancora in futuro. Come appare evidente questo errore è esattamente il contrario del precedente, ciononostante spesso i giocatori, senza rendersi conto della contraddizione, commettono contemporaneamente entrambi gli errori nel formulare le loro giocate.
Uno scommettitore che si affidasse a questo concetto di ‘frequenza storica’, osservando la sequenza di 9 uscite ‘testa’ di seguito e apprestandosi a puntare sul decimo lancio, si comporterà in modo opposto a un giocatore che punta sugli eventi ritardatari. Infatti, dopo aver visto uscire per ben 9 volte ‘testa’, penserà:<< Perché dovrei buttare i miei soldi puntando sul valore ‘croce’ che fino ad ora ha dimostrato di non uscire? >> In questo caso l‘errore sta nel supporre una propensione caratteristica della moneta o dei numeri. Come nel caso dell’evento ritardatario, anche qui, la valutazione delle frequenze si basa sul risultato di eventi già accaduti: si trovano così assurde regole che non servono ad anticipare il futuro, ma fanno solo scoprire un inutile passato.
Bisogna tuttavia aggiungere che il ragionamento dello scommettitore potrebbe essere giusto se la moneta fosse truccata. In tal caso la frequenza d’uscita sarebbe sbilanciata all’origine e lo scommettitore avrebbe ragione a puntare sul numero che esce più spesso, ma si tratta di un caso particolare.
Scartare le combinazioni rare perché hanno scarsissime possibilità di uscire.
Si tratta di un errore molto diffuso fra i sistemisti, essi considerano la probabilità teorica del verificarsi di certi gruppi di combinazioni, e la confrontano con la probabilità media, trovano cosi delle tipologie particolari che si presentano più raramente, come per esempio le sestine del Superenalotto fatte da tutti numeri pari, oppure le colonne del Totocalcio fatte da 4 segni X tutti di seguito anziché sparpagliati nelle 13 posizioni.
Con questo criterio, i giocatori razionali, eliminano da una puntata tutte quelle combinazioni che appartengono a famiglie meno numerose, essendo definite ‘combinazioni anomale o improbabili’.
Anche qui il ragionamento è concettualmente sbagliato: viene infatti confusa la combinazione vera e propria su cui si punta, con la famiglia o l’insieme delle combinazioni che le assomigliano. Facciamo un esempio, col Superenalotto: una sestina con soli numeri pari viene sconsigliata perché è molto più facile che una sestina abbia 3 numeri pari su 6, oppure 2 o 4. Dunque si confonde la singola sestina con una famiglia di sestine che ha qualcosa in comune con essa. In realtà una sestina, comunque sia fatta, ha sempre la stesse identiche probabilità di uscire che hanno tutte le altre: una su 622.614.630, una sestina di soli numeri pari ha quindi le stesse probabilità di qualsiasi altra.
Chi gioca non punta sulla numerosità di una famiglia, ma sulle sestine! Per chiarire meglio il concetto, supponiamo che vi sia una lotteria con 100 numeri, da 1 a 100, di quelle con la ruota e i chiodi che si trovano alle sagre di paese, dove viene estratto un solo biglietto vincente. Supponiamo che un tizio qualsiasi acquisti il numero 100 e un giocatore razionale il numero 50. è logico che entrambi hanno le medesime possibilità di vincere, una su cento. Adesso immaginiamo che gli ultimi dieci numeri della ruota, da 91 a 100, siano stati colorati di verde, mentre gli altri novanta siano in giallo. Un ragionamento del tipo: è sbagliato puntare sui numeri verdi; sono molto più improbabili dei gialli. Infatti escono mediamente nove volte di meno è chiaramente inutile per la giocata. Non si punta sulle famiglie di verdi o di gialli, ma sui singoli numeri, che hanno tutti le medesime probabilità di uscire.
Le cose, però, cambierebbero se la scommessa fosse “quanti numeri pari ci saranno nella prossima estrazione?” Allora sì che converrebbe puntare sulla famiglia più numerosa, ovvero, nel caso del Superenalotto, su una sestina composta da tre numeri pari e tre numeri dispari.
E’ pure errato ritenere che, ad esempio, una sestina come 1,2,3,4,5,6 sia più improbabile di altre. Le palline che contengono i biglietti coi numeri non hanno alcuna idea del numero che contengono né, tantomeno, conoscono il significato che noi attribuiamo ai simboli 1,2,3,4,5,6.
Pensiamo infine se i numeri da uno a sei fossero scritti in cinese: noi non li capiremmo e non potremmo giudicare che questa sestina è “improbabile”, saremmo nella stessa condizione dell’apparecchiatura usata per estrarre i numeri!
Pensare che, raggruppare dei numeri a caso, sia un metodo meno efficace rispetto ad un sistema.
Un sistema approntato per giocare viene sempre presentato come qualcosa di intelligente. Si dà per scontato che la spesa cali e le probabilità di vincere aumentino rispetto al raggruppamento di un numero equivalente di singole combinazioni. Non è vero. Per esempio, giocare 10 ambi a casaccio su una ruota del Lotto oppure giocare un sistema, ricco di filtri, condizioni,riduzioni, e altre strategie statistiche escogitate dagli studiosi del campo, che però alla fine risulti costituito da 10 ambi, è esattamente la stessa cosa. Le combinazioni, per il fatto di essere raggruppate in un sistema, non aumentano assolutamente la probabilità di vincere.
Bisogna però sottolineare che i sistemi sono utili nei giochi a pronostico, dove non tutte le combinazioni sono ugualmente probabili: nel Totocalcio, per esempio, un sistema può essere studiato per evitare colonne che contengano troppi segni 2, infatti sulla base delle osservazioni storiche le squadre vincono meno in trasferta che in casa.
Pensare di aver quasi vinto.
Una frequente categoria di errori di valutazione è causata dal fatto che il calcolo delle probabilità è anti-intuitivo e spesso non si ha idea di quali siano effettivamente le reali possibilità di vincita a fronte del rischio e della spesa. Il caso più diffuso si ha quando si cerca di valutare, dopo aver perso, quanto vicini si è comunque andati alla vincita. Si introduce così il concetto, involontariamente comico, di ‘ambo mancato di poco’; oppure si pensa: <<Ho fatto tre al Superenalotto, ero a metà strada per fare sei>>.Quando si punta su un numero vicino al vincente, per esempio si punta sul 23 al Lotto e invece viene estratto il 22, non si va affatto vicini alla vincita, si sbaglia e basta. Sembra una banalità, ma ogni numero diverso da quello giusto è un numero completamente sbagliato. Del resto il contenitore del numero 22, scelto da un bambino bendato, poteva anche trovarsi vicinissimo al contenitore col numero 90. Ma chi ha puntato sul 90, vedendo uscire il 22 ben difficilmente penserà: <<Accidenti, per un pelo!…>> E chi fa tre al Superenalotto non è affatto a metà dell’opera: fare tre è infatti quasi due milioni di volte più facile di fare sei.
10 agosto 2009
Terry Schiavo, Nancy Cruzan, Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro. Una lista di nomi che hanno in comune l’essere stati al centro di vicende drammatiche che hanno fatto molto discutere, hanno suscitato dubbi e perplessità, hanno posto interrogativi fondamentali in tema di vita e di morte.
Il caso a noi più vicino, sia in termini di tempo sia di spazio, è sicuramente quello di Eluana Englaro, la donna morta il 9 febbraio 2009 dopo essere stata per 17 anni in stato vegetativo: una drammatica vicenda dai risvolti giuridici, medici, etici ed anche politici. Termini come eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico, coma, stato vegetativo, morte cerebrale sono entrate con prepotenza nelle nostre case e gli eterni dubbi su cos’è la vita e cos’è la morte e su chi può decidere quando inizia una e finisce l’altra si sono fatti sempre più forti.
Alberto Giannini, dottore presso l’Unità di Terapia Intensiva Pediatrica del Policlinico “De Marchi” di Milano, ha aperto il suo intervento al convegno nazionale Questioni di vita, tenutosi a Padova il 23 aprile scorso, proponendo l’isola di Delo, dove nessuno poteva nascere né morire, come metafora di una società che censura gli interrogativi su vita e morte. Ma l’Italia è andata oltre Delo, perché non è tanto la censura a caratterizzare l’atteggiamento del governo italiano nei confronti di queste delicate questioni, ma il totale stravolgimento dei valori e dei diritti dei pazienti. L’ennesimo passo indietro dell’Italia.
«Un uomo è morto quando il suo medico dice che lo è». Un articolo apparso sul settimanale americano Newsweek nel 1967 recitava proprio così, aprendo la strada a quella che Stefano Allievi, docente di sociologia presso l’Università di Padova e autore del saggio L’ultimo tabù: individuo e società di fronte alla morte, definisce “giuridicizzazione della morte”: è morte ciò che la legge dice che sia; è morte ciò che i gruppi di potere dominanti o coalizzati decidono che sia.
Si tratta di un fenomeno che attualmente in Italia sembra essersi imposto con decisione. I dilemmi sul valore e sul significato di vita e morte sono e saranno sempre delicati e ambigui e forse non si troverà mai una risposta certa. Quel che è certo è che bisogna saper gestire i problemi inerenti con la giusta cautela, senza imporre per legge un univoco punto di vista in merito.
Il decreto legge approvato dal Senato italiano il 27 marzo scorso è, come lo definisce un articolo su Nature, un «bill against rights», ovvero una legge contro i diritti. Il paziente non può più decidere autonomamente, può rifiutare cure solo se “sproporzionate” e in ogni caso il medico può comunque scegliere di non attenersi alle volontà del malato. Rimane aperto il dibattito sulla nutrizione artificiale, anche se il problema non dovrebbe sussistere visto che non si tratta di stabilire se la nutrizione artificiale è una terapia o no, perché la si può rifiutare comunque (è un diritto rifiutare qualsiasi cosa sia invasiva per il proprio corpo). Se voglio posso anche rifiutare la nutrizione naturale e nessuno mi può costringere a non farlo. Tuttavia i punti del decreto che risultano inadatti sono molti e oltre ad essere anticostituzionali, vanno palesemente contro la volontà del paziente.
Il caso Englaro ha dunque messo in evidenza una grave carenza normativa riguardo ad un problema che colpisce in Italia 2000-2500 pazienti, che si trovano in coma vegetativo. Ma la risposta del governo italiano sembra essere del tutto inadeguata e invece di assistere i pazienti e venire loro incontro garantendo il rispetto dei propri diritti come persone, marcia apertamente contro la libertà e i diritti dell’uomo. L’Italia si dimostra paradossale: per risolvere un problema inerente la garanzia al malato dei suoi diritti di scelta sulla propria vita, e dunque sulla propria morte, reagisce imponendo per legge la negazione di tali diritti.
29 luglio 2009
Presentazione del VII Programma Quadro della Comunità Europea
Posted by robertacamuffo under ricerca scientifica | Tag: commissione europea, comunità europea, finanziamenti, ricerca scientifica, Salute, VII Programma Quadro |Leave a Comment
Cinquantacinque miliardi per la ricerca scientifica ma l’Italia non ottiene i finanziamenti per le difficoltà nel compilare i progetti
Il Programma Quadro è lo strumento principale per il finanziamento della ricerca italiana.
La Comunità Europea ogni cinque anni decide di assegnare un budget per la ricerca. Nel periodo 2007-2013 (VII Programma Quadro) il fondo è di 55 miliardi di Euro di cui 6 sono destinati al tema della salute, 9 alle tecnologie informatiche e solamente 1,8 all’ambiente (compresi i cambiamenti climatici).
Rispetto al periodo 2002-2006 con i suoi 17.5 miliardi di Euro, l’incremento è del 60% ma si prevede che per il prossimo quinquennio il budget destinato alla ricerca sarà notevolmente più importante (oltre 80 miliardi di Euro) perché si vuol fare in modo che questa sia un motore per lo sviluppo europeo, tenendo anche conto che Stati Uniti e Giappone investono molto di più.
Dei fondi destinati alla ricerca scientifica, la Comunità Europea mette il 6% del totale mentre il restante 94% viene dai contributi dei singoli Stati membro. L’Italia, pur essendo ai primi posti per qualità della ricerca e per numero di progetti presentati , non riesce a rientrare dei fondi messi nel calderone e porta a casa soltanto il 4% dei 55 miliardi disponibili. Nel periodo 2007-2009, il nostro Paese ha presentato 986 progetti di cui solo 144 sono stati selezionati per essere finanziati.
<<Il problema fondamentale – dice Gianluca Quaglio, esperto nazionale distaccato dall’Azienda Ospedaliera di Verona in Commissione Europea – è la frammentazione presente a livello europeo, non solo nel nostro Paese: una ricerca fatta in Germania, per esempio, può essere ripetuta in Olanda ed in Italia con spreco di risorse. La stessa cosa avviene all’interno del nostro Paese tra le varie Università. Manca un coordinamento, non si riesce a creare un sistema>>.
L’idea della Comunità Europea per il futuro è di premiare quei progetti i cui enti di ricerca saranno riusciti a coordinarsi; in questo modo le risorse disponibili avrebbero un valore aggiunto superiore.
Ogni anno per il tema salute la Comunità Europea produce un programma di lavoro; la Commissione parte da un foglio vuoto che nel corso dei mesi riceve influenze da ogni Stato membro il quale ha un gruppo di esperti che suggerisce quali possono essere gli argomenti d’interesse per un dato Paese membro. La competizione è molto alta perché l’area europea di ricerca è allargata anche ai 10 Paesi candidati oltre che ai 27 Stati che ne fanno già parte.
Per avere maggior probabilità di successo è fondamentale investire nelle risorse umane ossia del personale a Bruxelles in stretto contatto con gli enti di ricerca e dedicato alla sanità, al sociale e alla ricerca biomedica. In questo modo è possibile sapere in tempo quali possono essere le aree di interesse e presentare opportune proposte.
Molti progetti di ricerca italiani vengono scartati perché non rispettano il termine ultimo per la presentazione, perché non sono efficaci nell’esposizione o perché non accolgono determinati suggerimenti come per esempio il coinvolgimento delle piccole medie imprese. In quest’ultimo caso, il privilegio a parità di qualità scientifica viene dato ad altri progetti più accondiscendenti. Non bisogna dimenticare che il lavoro deve avere una dimensione europea, deve essere possibile verificarne l’impatto in termini di benessere generale ed elaborare una robusta strategia di divulgazione dei risultati.
APRE, Agenzia per la promozione della Ricerca Europea, è a disposizione dei ricercatori e ospita i Punti di Contatto Nazionale per tutte le Aree tematiche del VII Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo tecnologico dell’Unione Europea (www.apre.it)
Cinquantacinque miliardi per la ricerca scientifica by Roberta Camuffo is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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26 luglio 2009
Mauritius C. Escher: quando i confini tra realtà e sogno diventano magia
Posted by Laura Marcazzan under arte e scienza | Tag: arte, escher, geometria |Leave a Comment
Simmetrie perfettamente incastonate le une dentro le altre; figure impossibili che si fanno ripercorrere continuamente dagli occhi; porzioni di infinito racchiuse in immagini che paiono uscire dall’opera stessa: queste sono solo alcune delle percezioni che un osservatore può avere, nell’avvicinarsi alle opere di Mauritius Cornelius Escher.
L’autore, fin dagli esordi della sua produzione, manifesta uno spiccato interesse verso la natura e il mondo, l’infinito e le regole geometrico-matematiche che meglio possano rappresentarne almeno uno scorcio. Escher, pittore ed incisore, nasce in Olanda nel 1898 e cresce in un contesto fortemente orientato alla scienza, avendo il padre ingegnere e molti amici matematici e fisici, da cui trae ispirazione per la sua produzione. Per lavoro è costretto a spostarsi molto in ambito europeo, e da ogni terra ricava spunti per i suoi lavori.
L’attenzione verso la bellezza del paesaggio, la perfezione della natura e la ricerca del particolare, influenzano le opere di esordio, in cui l’artista alterna a semplici disegni a matita, incisioni su legno, pietra e tessuto. Soffermandosi sulle produzioni iniziali, si ha già la sensazione che dietro a quei panorami dai tratti così perfetti e a quei particolari così ben riprodotti, vi sia una mente pregevole e profonda.
Il bianco ed il nero dominano un po’ in tutte le espressioni artistiche di Escher: il contrasto in questo modo si fa netto, e parti differenti del disegno, emergono così alternativamente. Il colore si fa preponderante nei “Disegni periodici” e negli “Studi per la suddivisione regolare del piano”, in cui l’artista rappresenta ripetizioni di soggetti reali od astratti: qui i contorni tra le figure combaciano perfettamente e rimangono tali anche se ruotate di 180°. La divisione regolare del piano è, per l’autore, un modo di catturare l’infinito, imprigionandolo in una composizione “chiusa”.
Si scopre e si apprezza il genio dell’artista, mano a mano che si prosegue nel suo percorso produttivo, fino a quando ci si ritrova dinnanzi ai famosi saliscendi di scale che riportano infinitamente allo stesso punto di partenza; ai giochi di prospettiva in cui i soffitti si scambiano i ruoli con i pavimenti e la visione dell’oggetto dall’alto e dal basso coesistono nella stessa incisione.
Le regole di costruzione del disegno spesso sembrano venire stravolte da tratti fantasiosi di realtà impossibili e da rappresentazioni completamente illogiche in cui anche il soggetto fermo diventa veicolo di movimento che, a sua volta, porta a metamorfosi continue. Nulla però è lasciato al caso: ogni linea soggiace a precisi calcoli matematici e geometrici che solo una mente geniale può elaborare. Le famosissime “Mani che disegnano“, “Giorno e notte“, “Metamorfosi“, “Su e giù“, “Mano con sfera riflettente” e “Tre mondi“, solo per citarne alcune, incantano e stupiscono chiunque. In queste opere si ammira l’opera massima di Escher, ovvero le “immagini interiori”, come le definiva l’autore.
“L’immagine mentale è qualcosa di molto diverso da un’immagine visiva, e per quanti sforzi si facciano, non si riesce mai del tutto a raggiungere la perfezione che tormenta l’anima: una perfezione che possiamo “vedere” con l’occhio interiore…”.
(M.C.Escher, citazione tratta da Doris Schattschneider, “Visioni della Simmetria.Disegni grafici di M.C.Escher“, Bologna, Zanichelli, 1992).
Laura Marcazzan
7 luglio 2009
“LA NUOVA ECOLOGIA POLITICA”
Posted by Valentina Murrieri under Recensioni | Tag: democrazia., Ecologia, economia, politica, scienza, sostenibilità |Leave a Comment
“LA NUOVA ECOLOGIA POLITICA”
Jean-Paul Fitoussi Éloi Laurent
(Milano, Feltrinelli, 2009, pp. 120, € 14,00.)

Quando si dice “sostenibile”, e lo diciamo spesso, pochi pensano che quella “way of life” abbia origine già nel 1987; e anche tra i pochi che lo pensano, solo una minima parte sa che cosa voglia realmente significare.
Vale la pena di andare a rileggere come tutto è cominciato ne La nuova ecologia politica che Jean-Paul Fitoussi, professore all’Institut d’études politiques di Parigi e presidente dell’osservatorio francese delle congiunture economiche, ha scritto a quattro mani con Éloi Laurent.
Un’iniezione di scienza nell’economia, mista ad audacia “global”.
Tradotto da Sandro D’Alessandro per Feltrinelli Editore e pubblicato recentemente, è un piccolo, grande trattato sull’eco-democrazia: piccolo perché in sole centoventi pagine ci apre a scottanti temi ventennali; grande perché rimette ordine nel campo, vasto e minato, della sostenibilità.
Perché questa è in fin dei conti la domanda: come si è arrivati ad avere un’intuizione come quella dell’eco-compatibilità e abbandonarla, un attimo dopo, nel dimenticatoio?
La crisi alimentare ed energetica diviene, per due delle più autorevoli voci fuori dal coro, un problema da combattere miscelando i “sistemi terrestri” (variazione di temperatura, livello delle precipitazioni e dei mari, eventi estremi, ecosistemi, risorse idriche) con i “sistemi umani” (governance, tasso di istruzione, sanità, equità, demografia, preferenze socio-culturali, sistemi di produzione e consumo, tecnologia e commercio). Indispensabile è una “codeterminazione” tra sistema ecologico, politico ed economico. Come, del resto, aveva “profetizzato” il Nobel per l’economia, Amartya Sen.
Non a caso, il più delle vittime dell’uragano Katrina, che ha travolto New Orleans nel settembre del 2005, sono morte durante la tempesta non per via della violenza degli elementi, ma dopo il suo passaggio, per la lentezza e l’insufficienza dei soccorsi.
Gli effetti disastrosi del cambiamento climatico- questa la denuncia di Fitoussi- non possono essere ridotti soltanto a semplici “catastrofi naturali”. Si tratta piuttosto di catastrofi sociali.
Il rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) del 2007 ha, per esempio, messo in luce come l’Africa, responsabile di meno del 4% delle emissioni di gas a effetto serra, a partire dal 2020 conterà dai 70 ai 400 milioni di persone esposte a scarsità d’acqua, causata dal cambiamento climatico.
La povertà, poi, spinge le popolazioni dei paesi in via di sviluppo- che vivono per il 70% in ambiente rurale- a sfruttare il capitale naturale a portata di mano (foreste, pesci, minerali) per poter vivere. Ma “La Nuova ecologia politica” non è una demonizzazione della crescita, neppure della decrescita tanto cara al filosofo francese Latouche. Piuttosto è una terza via, esente da veggenze apocalittiche, che pone l’abbattimento delle disuguaglianze sociali e gli investimenti pubblici nell’industria verde, come il solo antidoto per rinsavire dalla crisi ecologica e da quella ambientale. Che viaggiano parallelamente.
Chiudono il volume due utili appendici: una che coincide con l’analisi critica di ecologia, sviluppo e democrazia; l’altra in un’osservazione delle due imponenti economie emergenti, Cina e India.
Valentina MURRIERI
6 luglio 2009
La sfera di cristallo della fisica
Posted by Marta Bracciale under Scienza per bambini | Tag: bambini, fisica, spazio, tempo, velocità |Leave a Comment
Quante volte vi sarebbe piaciuto poter prevedere il futuro? Poter calcolare con certezza gli avvenimenti? Non serve avere una sfera di cristallo o poteri magici…basta un po’ di sana fisica!
Che cos’è la fisica?
La fisica è lo studio di tutto quello che accade intorno a noi, per poter capire i fenomeni della natura e creare delle leggi. Queste leggi sono come delle formule magiche che ci aiutano a capire e a prevedere quello che succede nel nostro mondo: come si muovono le cose, come si trasformano le sostanze, cosa sono l’energia e il calore. Grazie alla fisica noi possiamo studiare lo spazio e il tempo e fare previsioni sul futuro.
Lo spazio e il tempo
Lo spazio (s) in cui viviamo e ci muoviamo si chiama tridimensionale, perché è possibile muoversi in tre modi o dimensioni: alto e basso, avanti e indietro, destra e sinistra. Inoltre, sappiamo anche indicare quanto spazio percorriamo: ad esempio, guardando il cartone animato Dragon Ball, possiamo dire che Goku ha corso per 1000 metri durante un allenamento. I 1000 metri sono una misura di lunghezza, che di solito si indica in metri (m). Si dice che il metro è l’unità di misura dello spazio. Misurare il tempo (t), invece, è più difficile, ma la fisica ha comunque escogitato un modo per farlo. Osservando l’alternarsi del giorno e della notte, infatti, è stato possibile definire quanto valgono un’ora, un minuto, un secondo. Si è deciso di scegliere come unità di misura del tempo i secondi (sec). Possiamo dire che Goku ha percorso i 1000 metri in 3 minuti, cioè in 180 secondi.
La velocità
Ma c’è ancora qualcos’altro che potrebbe interessarci sapere di Goku. Quanto veloce correva?
La velocità (v) è una grandezza derivata, ciò significa che nasce mettendo insieme lo spazio e il tempo, deriva dall’unione dello spazio e del tempo. Infatti misura che legame c’è tra lo spazio percorso e il tempo impiegato per percorrerlo. La velocità si misura in metri al secondo (m/sec), anche se voi conoscerete di più la misura km/h, ovvero i famosi kilometri all’ora che indicano quanto state correndo se siete in macchina. Esiste una formula magica per scoprire quanto veloce correva Goku, ed è questa:
v = s : t
ovvero si deve dividere lo spazio per il tempo. La velocità di Goku sarà quindi 1000 : 180 = 5,55 metri al secondo. Significa che in un secondo, Goku percorre circa 5 metri e mezzo. Veloce il tipo eh? Sarà perché è un bimbo con la coda?
Prevedere il futuro
Ma cosa c’entra tutto questo con la sfera di cristallo? Com’è possibile prevedere il futuro con lo spazio, il tempo e la velocità? Saper calcolare spazio, tempo e velocità con le formule magiche della fisica può servirvi a sapere in anticipo molte cose.
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Le formule magiche della fisica Velocità = spazio : tempo (v = s : t) Tempo = spazio : velocità (t = s : v) Spazio = velocità x tempo (s = v x t) |

Facciamo un esempio: il poliziotto Zenigata vuole riuscire a catturare il famoso e imprendibile ladro Lupin. Ha fatto delle ricerche e i suoi informatori gli hanno detto che Lupin sta scappando su un’automobile che viaggia sempre alla stessa velocità, di 75 km/h (21 m/sec circa). É partito con la sua auto, alle 11.30, da Padova e sta andando verso Verona. Per andarci deve passare per Vicenza. La distanza tra Padova e Vicenza è di 35 km (35000 m). Zenigata decide di usare le formule magiche della fisica per sapere quando esattamente Lupin arriverà a Vicenza, per poter coglierlo di sorpresa e arrestarlo.
t = s : v
cioè t = 35000 : 21 = 1667 sec (circa 28 minuti)
Quindi Zenigata sa che Lupin impiegherà 28 minuti per arrivare a Vicenza, partendo alle 11.30. Perciò un po’ prima di mezzogiorno (11.30 + 28 minuti = 11.58), Zenigata e i suoi poliziotti saranno schierati sulla strada per acciuffare Lupin.
Certo, sappiamo che Lupin è troppo furbo per farsi catturare, ma questa è un’altra storia…
I progressi della fisica
Ancora non siete convinti? Eppure vi assicuriamo che la fisica e le sue formule magiche hanno permesso di scoprire un sacco di cose sensazionali! Con il tempo, lo spazio, la velocità e poi anche l’accelerazione, siamo in grado di calcolare tantissime cose, non solo nel nostro mondo, ma anche per quanto riguarda l’universo!
Possiamo prevedere delle eclissi, fare previsioni sul destino dell’universo, scrivere delle leggi che descrivono come si muovono i pianeti, capire cos’è la forza di gravità e come funziona, e molto altro ancora. Tutto grazie a queste semplici formule!
Esercitati anche tu con la fisica, chissà che in futuro non scoprirai qualcosa di straordinario come hanno fatto tanti scienziati in passato
ORA PROVA TU!
È arrivato il tuo momento! Prova a usare le formule magiche della fisica per risolvere questo problema:
Bart Simpson sta facendo una gara di skateboard con i suoi amici. È così bravo e corre così veloce che arriva primo e vince. La sua velocità è di 10km/h (0,17 m/sec). Ci mette 5 minuti e mezzo (330 secondi) per arrivare al traguardo.
Quanta strada è riuscito a percorrere? Usa le formule magiche per scoprire quanto spazio Bart e il suo skateboard sono riusciti a percorrere!
(Soluzione = 56,1 metri)
5 luglio 2009
A.G.I.L.E.: Quando il made in Italy si fa spaziale!
Posted by bonellomarco under Astronomia | Tag: AGILE, eta carinae, marco tavani, raggi gamma, raggi x, telescopio spaziale |Leave a Comment
Il Telescopio spaziale AGILE ha individuato, per la prima volta, l’emissione di raggi gamma prodotta da venti di collisione di un sistema stellare binario (ossia, un sistema costituito da due stelle in orbita l’una intorno all’altra).
Quando le immense masse di gas, generate dai questi sistemi binari, si scontrano tra loro, avviene l’emissione di radiazioni gamma, tale fenomeno è stato, fino ad ora, solamente ipotizzato ma mai osservato e questo fa capire l’importanza di questa scoperta.
Il sistema binario in cui si è osservato il fenomeno è la regione di ETA CARINAE che, con una massa 100 volte il nostro sole, rappresenta la stella più grande della nostra galassia.
Questo “gigante” è avvolto da un forte vento stellare costituito da un flusso di gas neutro, il quale, scontrandosi alla velocità di migliaia di chilometri al secondo con quello della sua stella compagna, provoca l’emissione di raggi gamma.

Il telescopio spaziale AGILE, lanciato dalla base Indiana di Sriharikata il 23 aprile 2007, festeggia il suo secondo anno di vita con questa grande scoperta, che verrà presto pubblicata sulla rivista The Astrophysical Journal Letters.
AGILE (Astro rivelatore gamma a immagini leggero) è una missione dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana), progettato dall’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), in collaborazione con l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e con numerosi istituti universitari italiani. E’ stato interamente costruito in Italia dagli istituti scientifici e da un consorzio industriale formato da piccole e medie imprese, che comprende tra l’altro, la Carlo Gavazzi Space, la Rheinmetall Italia, la Thales Alenia Space e la Telespazio.
Questo telescopio rappresenta, per l’astrofisica gamma, lo strumento più compatto e leggero mai realizzato fino ad ora: è costituito da un cubo di circa 65 cm di lato, nel quale si trovano quattro rivelatori diversi, con una massa complessiva all’incirca di 100Kg.
Caratteristica unica di Agile è la sua capacità di rivelazione simultanea, sia dei raggi X, sia dei raggi gamma, ottenuta con una strumentazione basata su rivelatori al silicio di minimo ingombro. L’intero satellite pesa circa 350kg, un record per questo tipo di satellite scientifico.
AGILE è anche il primo satellite per l’Astrofisica gamma a disporre di un campo visivo cosi grande (circa 1/5 del cielo).
Gli stessi rilevatori, costruiti interamente in Italia, sono stati richiesti da altre agenzie spaziali, tra qui la NASA.

Confrontando AGILE con i telescopi di generazione precedente (ad es. Egret) si possono intuire meglio i notevoli vantaggi di questo piccolo telescopio: nove mesi, contro nove anni per una mappatura completa; 100Kg, contro due tonnellate di massa; 100-120 gradi di ampiezza di campo, contro i 40-50 di Egret.
Fino ad ora, AGILE, ha compiuto più di 10 mila orbite intorno alla terra regalando varie soddisfazioni:
Con un dettaglio mai raggiunto prima, ha realizzato la mappa completa del cielo osservato nella radiazione gamma; ha studiato il centro della nostra galassia (regione ricca di potenziali sorgenti ad alta energia); ha rilevato, da parte di stelle di neutroni e sorgenti galattiche, fenomeni di emissione X “spasmodica”, soggetti a cambiamenti molto rapidi (1-2 giorni di durata) non spiegabili con i modelli teorici attuali.
AGILE ha compiuto anche osservazioni di pulsar (stelle di neutroni in rapida rotazione intorno al loro asse) che hanno permesso di registrare, con grande accuratezza, le periodiche variazioni nel tempo delle loro emissioni di raggi gamma, con periodi addirittura di pochi millisecondi.
Sono stati rilevati anche molti lampi di raggi gamma (Gamma Ray Burst, GRB), prodotti da esplosioni di stelle lontane, come pure, del tutto inaspettatamente, “flash” gamma terrestri mai osservati prima, provocati da lampi molto forti sviluppatisi sulle foreste tropicali, «un campo di studio molto eccitante e nuovo», come lo ha definito Marco Tavani, responsabile scientifico di Agile.
Per saperne di più: http://agile.rm.iasf.cnr.it/
