calendario_solar_mayaIl successo e la notorietà della civiltà maya si devono ad un numero: 2012. Un numero che negli ultimi tempi ha generato timore e fascino assieme. Tutti noi abbiamo sentito parlare almeno una volta della cosiddetta profezia maya sulla fine del mondo, il 21 dicembre 2012. Si tratta di un argomento ormai abusato, che nasconde in realtà il vero fascino di questa antica civiltà, capace ad esempio di prevedere eclissi con 5000 anni di anticipo e un margine d’errore minimo.

IL SISTEMA DI NUMERAZIONE DEI MAYA
Per capire e lasciarsi affascinare dalle grandiose abilità “profetiche” dei Maya, bisogna fare un salto indietro e capire il loro sistema di numerazione.

numeri-mayaI Maya adottavano un sistema di numerazione a base vigesimale, posizionale e che comprendeva l’uso dello zero. I numeri erano rappresentati attraverso tre simboli:

· una conchiglia vuota rappresentava lo zero;

· il punto (Frijolito o Maisito, cioè un chicco di mais) corrispondeva al numero 1;

· la linea (Palito cioè una barretta di legno) corrispondeva al numero 5;

Le cifre venivano ordinate verticalmente: la cifra che rappresentava un valore più alto si trovava al livello grafico superiore. A volte le cifre venivano rappresentate come glifi a forma di faccia. Si pensa che questi glifi rappresentino la divinità associata al numero, anche se si tratta di un uso raro e testimoniato solo in alcune delle incisioni più elaborate. Tuttavia non bisogna dimenticare che per la civiltà maya la matematica faceva parte della sfera religiosa e rappresentava forme di conoscenza e di controllo delle energie sacre emanate principalmente dagli astri, considerate divinità o epifanie dell’essenza divina.

Per indicare un ordine numerico vuoto i Maya utilizzavano lo zero. Potevano rappresentarlo usando glifi diversi, solitamente a forma di conchiglia, ma anche con una spirale, con un guscio vuoto o un occhio socchiuso.
L’introduzione dello zero nel sistema di numerazione di questa civiltà sembra avere cause religiose: per i Maya infatti la numerazione scritta aveva una grande importanza dal punto di vista del computo del tempo, e i sacerdoti avevano bisogno dello zero come segnaposto nei loro calcoli legati all’astronomia e al calendario.

Per effettuare addizioni e sottrazioni i Maya usavano un particolare tipo di abaco, nel quale le cifre erano rappresentate per unità o per cinquine su una tabella (tablero). Addizione e sottrazione venivano effettuate combinando i diversi simboli:Maya_addMayan_subtract

CONTARE IL TEMPO CHE SCORRE
Una volta compreso il sistema di numerazione maya, è necessario osservare il sistema adottato da questa straordinaria civiltà per tenere il conto del tempo che scorre. La cronologia maya consisteva in un calendario molto elaborato, basato su cicli di durata diversa:

1. IL CICLO TZOLKIN

Questo ciclo era un calendario religioso basato su due cicli più brevi, uno di 13 giorni e un altro di 20. La combinazione di questi due cicli formava un ciclo di 260 giorni (13×20 = 260), il ciclo Tzolkin appunto. Ogni giorno entrambi i cicli avanzavano di uno. Il primo ciclo seguendo una sequenza numerata da 1 a 13, il secondo seguendo una sequenza di nomi come Ahau, Imix, Ik, Akbal, Kan e altri. Ne risultava la seguente sequenza: 1 Ahau, 2 Imix, 3 Ik, 4 Akbal, eccetera. Arrivati al 13 si riprendeva a contare da 1, ma la successione dei nomi, che erano in tutto 20, continuava. Allo stesso modo, terminata la serie dei nomi, si ripartiva dal primo, Ahau, senza azzerare la numerazione. I giorni con lo stesso nome e lo stesso numero si ripresentavano quindi dopo un intero ciclo Tzolkin, cioè ogni 260 giorni (essendo 260 il minimo comune multiplo tra 13 e 20).

2. IL CICLO HAAB

Si trattava di un calendario civile legato al ciclo delle stagioni della durata di 360 giorni. Il giorno era il k’in, 20 k’in costituivano un uinal e 18 di questi creavano l’haab, cioè l’anno di 360 giorni, più un 19° brevissimo uinal, di soli 5 giorni chiamati uayeb. I 18 uinal avevano ciascuno il proprio nome, così come i 20 kin, e ognuno era indicato con un proprio glifo. Le date del ciclo Haab e quelle del ciclo Tzolkin ritornavano a corrispondere tra loro ogni 52 cicli Haab. 52 anni era infatti la durata di un secolo e 20 anni di 360 giorni rappresentavano un K’atun, ciclo destinato a ripetersi senza variazioni significative, ed è proprio il k’atun ad essere rappresentato nelle steli che sono erette nelle città più importanti all’inizio o al termine di un ciclo significativo di 20 anni.

3. IL LUNGO COMPUTO

Il lungo computo indicava il numero di giorni dall’inizio dell’era maya. Non era solito numerare gli anni del ciclo Tzolkin, né quelli del ciclo Haab. Si usava però il lungo computo come numerazione progressiva dei giorni in un sistema di numerazione posizionle misto in base 13, 18 e 20. Precisamente si trattava di un numero di cinque “cifre”: la prima (quella delle “unità”) in base 20, la seconda (le “decine”) in base 18, la terza e la quarta di nuovo in base 20, la quinta in base 13. Queste “cifre” si scrivono da sinistra a destra, come per i numeri arabi.
Il ciclo completo del Lungo computo era quindi di 20×18×20×20×13 = 1872000 giorni (circa 5125 anni). Secondo i maya, ciascun ciclo del lungo computo corrisponde ad un’era del mondo; il passaggio da un’era all’altra è segnata dunque da un cambiamento preceduto da eventi più o meno significativi. Il ciclo attualmente in corso, è iniziato il 11 agosto 3114 a.C. ed è molto vicino al termine; il nuovo ciclo inizierà il 21 dicembre 2012.

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Il complesso sistema di numerazione della civiltà maya nonché il loro sofisticato calendario ci fanno capire, quindi, l’importanza e la precisione del calcolo matematico presso questo popolo. Le abilità matematiche dei Maya vengono spesso dimenticate per lasciare spazio alla paura della presunta fine del mondo che, si dice, avverrà il 21 dicembre 2012.
Secondo il calendario maya questa data indica solamente l’inizio di un nuovo ciclo temporale, in concomitanza del quale dovrebbe avvenire un evento, un cambiamento fondamentale, sia esso positivo o negativo. Gli studi attuali mostrano come proprio in questa data avverranno importanti cambiamenti astronomici (per citarne alcuni: allineamento del sole con il centro galattico, termine di un ciclo completo di rotazione terrestre, tempeste solari).

Non c’è da stupirsi, dopotutto i Maya furono in grado di prevedere l’eclisse solare del 1999, avvenuta con soli 33 secondi di ritardo rispetto a quanto previsto 5000 anni prima da questo popolo! Nessuna magia, nessuna fine del mondo: solo una precisa, straordinaria e complessa abilità nel calcolo matematico.

Marta Bracciale

QUALCOSA NON TI È CHIARO? ECCOTI IL GLOSSARIO!

VIGESIMALE = tipo di numerazione avente per base il numero 20.
POSIZIONALE = sistema di numerazione dove i simboli usati per scrivere i numeri assumono valori diversi a seconda della posizione che occupano.
GLIFO = dal greco “incidere”, indica un qualsiasi segno, inciso o dipinto.
ZERO = cifra usata nei sistemi di numerazione posizionali per saltare una posizione e dare il valore appropriato alle cifre che la precedono o la seguono. Significa anche niente o nullo.
MINIMO COMUNE MULTIPLO = dati due numeri a e b, è il più piccolo intero positivo che è multiplo sia di a che di b.
NUMERI ARABI = sistema di rappresentazione simbolica più comune al mondo. I segni che lo rappresentano, in associazione all’alfabeto latino, sono 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9.
CENTRO GALATTICO = noto anche come centro della Via Lattea, è il centro rotazionale della nostra galassia e si trova circa a 26000 ± 1400 anni luce dalla Terra.

Tra le migliaia di persone che ogni settimana giocano al Superenalotto ve ne sono alcuni, i cosi detti giocatori razionali, che sostengono di affidare le loro vincite a metodi scientifici.


La figura del giocatore razionale è molto diffusa nel mondo dei giochi a pronostico, chi di noi non ha almeno un amico che, convinto di aver trovato un sistema di vincita infallibile, tiene conto di tutti i numeri che escono da quando è stato inventato il Superenalotto, un amico che quando punta al Lotto dice di rifarsi sempre almeno delle spese, che prima di fare una puntata utilizza sofisticati programmi informatici per avere la combinazione numerica vincente?


Ma quanti di questi amici sono realmente riusciti a vincere al Superenalotto o ad altri giochi a pronostico? Esiste davvero un metodo sicuro per azzeccare la combinazione di numeri vincenti?

super enalotto

Se pensiamo che esiste una sola sestina vincente, mentre il numero di tutte le possibili sestine, ottenibili con i 90 numeri in gioco, è uguale a 622.614.630 e che quindi la probabilità di fare sei è pari a: 1/622.614.630 = 0,00000016%, ci rendiamo conto di quanto difficile sia vincere al Superenalotto.


I cosiddetti metodi “scienticamente vincenti” non sono affatto scientifici, nè tantomeno vincenti: sono infatti fondati su una serie di errori logico-matematici che li rendono sbagliati e quindi del tutto inutili.


Nella metodologia di scommesse del giocatore razionale possiamo identificare, infatti, cinque errori, vediamoli in dettaglio:


Puntare sui numeri ritardatari.

Si tratta di un errore molto comune ed è tipico di tutti i tipi di gioco a pronostico (Lotto e Superenalotto, Totocalcio, Roulette, ecc…).


Molto spesso si sente parlare dei famigerati “numeri ritardatari”, ossia numeri che non vengono estratti da molto tempo, il giocatore razionale erroneamente pensa che questi numeri, non presentandosi da molto tempo, abbiano maggiori possibilità di essere estratti. Il giocatore crede di affidarsi alla cosiddetta legge dei grandi numeri, che in effetti esiste e ha una giustificazione matematica, ma la applica in modo sbagliato. La legge dei grandi numeri afferma che, più il campione di prove che si considera è numeroso, più è difficile trovare scostamenti fra le frequenze con cui esce un numero o un altro. In realtà, la legge dei grandi numeri non dà alcun sostegno all’idea del ritardo. Considerando, ad esempio, il lancio di una moneta: I due risultati possibili, ‘testa’ o ‘croce’, hanno la stessa identica probabilità di verificarsi: 1 su 2, ovvero il 50%. Se però, proviamo a lanciare effettivamente una moneta per un certo numero di volte, ben difficilmente otterremmo il 50% esatto, con 10 lanci potremmo ad esempio avere 7 volte ‘testa’ e 3 volte ‘croce’, avremmo così una frequenza dell’evento ‘testa’ pari al 70%, con conseguente frequenza dell’evento ‘croce’ pari al 30%. Le due frequenze possono quindi discostarsi significativamente dalle relative probabilità teoriche. Ma se ipotizziamo di lanciare la moneta 100 volte anziché 10, difficilmente avremo ancora valori così distanti dal 50%. Se è facile che con 10 lanci possa venire per 7 volte ‘testa’, è molto più difficile che con 100 o 1000 lanci venga per ben 70 o 700 volte ‘testa’ (valore necessario per avere ancora una frequenza del 70%). In questo caso le due frequenze potrebbero arrivare, per esempio, a 0,6 e 0,4. E se i lanci fossero decine di migliaia o più anche due frequenze come 0,6 e 0,4 risulterebbero difficili da ottenere: i valori trovati sarebbero invece più vicini al 50%, ossia all’effettiva probabilità teorica. Quello che si ricava da queste considerazioni è che all’aumentare del numero di prove eseguito, le frequenze dei due eventi si avvicinano al valore delle rispettive probabilità.

Questa è la legge dei grandi numeri. Dove avviene l’errore del giocatore? Nel travisare la frase che dice:<<…all’aumentare del numero di prove…>> con la frase <<…dopo un elevato numero di prove….>>. Ecco allora che se, per esempio, esce 9 volte di seguito ‘testa’, al decimo lancio, chi si affida al concetto di ‘numero ritardatario’, crederà sia più probabile l’uscita del valore ‘croce’.


Il comportamento della moneta appare bizzarro ed è quindi facile pensare che la faccia con la ‘croce’ abbia un diritto di rivalsa. Se all’aumentare delle prove le frequenze vanno aggiustandosi verso le relative probabilità, significa che le discordanze devono bilanciarsi allora l’evento ‘croce’ deve avere qualche possibilità in più di verificarsi rispetto all’evento ‘testa’. Giusto? No sbagliato, al decimo lancio i due eventi sono ancora equiprobabili nonostante vi siano già stati prima 9 lanci con l’uscita della ‘testa’. Infatti la legge dei grandi numeri non dice che la probabilità si bilancia dopo un elevato numero di prove. Non si può mai considerare un dopo o un durante. Il concetto di probabilità è un concetto a priori. Nel nostro caso, l’evento ‘testa’ per 9 volte di seguito è un fatto ormai già accaduto, quindi la sua probabilità è del 100%; è cosa certa. Non ha senso utilizzare una tale informazione per successive valutazioni statistiche. Ogni volta che si lancia la moneta, si riparte sempre da zero.


La stessa definizione di evento ritardatario si basa sull’errore di stabilire arbitrariamente un momento in cui fissare l’inizio delle prove. Si considera cioè un certo ‘adesso’ e da questo si definisce un certo ritardo. Ma cosa sappiamo della vera storia di una moneta? Non potrebbe darsi che, prima del nostro giochino, quella moneta fosse stata lanciata da altre persone e si fosse presentata per 20 volte di seguito proprio la croce”?


Puntare sui numeri ricorrenti.

Alcuni giocatori tendono a pensare che un numero uscito spesso in passato abbia buone probabilità di uscire ancora in futuro. Come appare evidente questo errore è esattamente il contrario del precedente, ciononostante spesso i giocatori, senza rendersi conto della contraddizione, commettono contemporaneamente entrambi gli errori nel formulare le loro giocate.


Uno scommettitore che si affidasse a questo concetto di ‘frequenza storica’, osservando la sequenza di 9 uscite ‘testa’ di seguito e apprestandosi a puntare sul decimo lancio, si comporterà in modo opposto a un giocatore che punta sugli eventi ritardatari. Infatti, dopo aver visto uscire per ben 9 volte ‘testa’, penserà:<< Perché dovrei buttare i miei soldi puntando sul valore ‘croce’ che fino ad ora ha dimostrato di non uscire? >> In questo caso l‘errore sta nel supporre una propensione caratteristica della moneta o dei numeri. Come nel caso dell’evento ritardatario, anche qui, la valutazione delle frequenze si basa sul risultato di eventi già accaduti: si trovano così assurde regole che non servono ad anticipare il futuro, ma fanno solo scoprire un inutile passato.


Bisogna tuttavia aggiungere che il ragionamento dello scommettitore potrebbe essere giusto se la moneta fosse truccata. In tal caso la frequenza d’uscita sarebbe sbilanciata all’origine e lo scommettitore avrebbe ragione a puntare sul numero che esce più spesso, ma si tratta di un caso particolare.


Scartare le combinazioni rare perché hanno scarsissime possibilità di uscire.

Si tratta di un errore molto diffuso fra i sistemisti, essi considerano la probabilità teorica del verificarsi di certi gruppi di combinazioni, e la confrontano con la probabilità media, trovano cosi delle tipologie particolari che si presentano più raramente, come per esempio le sestine del Superenalotto fatte da tutti numeri pari, oppure le colonne del Totocalcio fatte da 4 segni X tutti di seguito anziché sparpagliati nelle 13 posizioni.


Con questo criterio, i giocatori razionali, eliminano da una puntata tutte quelle combinazioni che appartengono a famiglie meno numerose, essendo definite ‘combinazioni anomale o improbabili’.


Anche qui il ragionamento è concettualmente sbagliato: viene infatti confusa la combinazione vera e propria su cui si punta, con la famiglia o l’insieme delle combinazioni che le assomigliano. Facciamo un esempio, col Superenalotto: una sestina con soli numeri pari viene sconsigliata perché è molto più facile che una sestina abbia 3 numeri pari su 6, oppure 2 o 4. Dunque si confonde la singola sestina con una famiglia di sestine che ha qualcosa in comune con essa. In realtà una sestina, comunque sia fatta, ha sempre la stesse identiche probabilità di uscire che hanno tutte le altre: una su 622.614.630, una sestina di soli numeri pari ha quindi le stesse probabilità di qualsiasi altra.


Chi gioca non punta sulla numerosità di una famiglia, ma sulle sestine! Per chiarire meglio il concetto, supponiamo che vi sia una lotteria con 100 numeri, da 1 a 100, di quelle con la ruota e i chiodi che si trovano alle sagre di paese, dove viene estratto un solo biglietto vincente. Supponiamo che un tizio qualsiasi acquisti il numero 100 e un giocatore razionale il numero 50. è logico che entrambi hanno le medesime possibilità di vincere, una su cento. Adesso immaginiamo che gli ultimi dieci numeri della ruota, da 91 a 100, siano stati colorati di verde, mentre gli altri novanta siano in giallo. Un ragionamento del tipo: è sbagliato puntare sui numeri verdi; sono molto più improbabili dei gialli. Infatti escono mediamente nove volte di meno è chiaramente inutile per la giocata. Non si punta sulle famiglie di verdi o di gialli, ma sui singoli numeri, che hanno tutti le medesime probabilità di uscire.


Le cose, però, cambierebbero se la scommessa fosse “quanti numeri pari ci saranno nella prossima estrazione?” Allora sì che converrebbe puntare sulla famiglia più numerosa, ovvero, nel caso del Superenalotto, su una sestina composta da tre numeri pari e tre numeri dispari.


E’ pure errato ritenere che, ad esempio, una sestina come 1,2,3,4,5,6 sia più improbabile di altre. Le palline che contengono i biglietti coi numeri non hanno alcuna idea del numero che contengono né, tantomeno, conoscono il significato che noi attribuiamo ai simboli 1,2,3,4,5,6.


Pensiamo infine se i numeri da uno a sei fossero scritti in cinese: noi non li capiremmo e non potremmo giudicare che questa sestina è “improbabile”, saremmo nella stessa condizione dell’apparecchiatura usata per estrarre i numeri!


Pensare che, raggruppare dei numeri a caso, sia un metodo meno efficace rispetto ad un sistema.

Un sistema approntato per giocare viene sempre presentato come qualcosa di intelligente. Si dà per scontato che la spesa cali e le probabilità di vincere aumentino rispetto al raggruppamento di un numero equivalente di singole combinazioni. Non è vero. Per esempio, giocare 10 ambi a casaccio su una ruota del Lotto oppure giocare un sistema, ricco di filtri, condizioni,riduzioni, e altre strategie statistiche escogitate dagli studiosi del campo, che però alla fine risulti costituito da 10 ambi, è esattamente la stessa cosa. Le combinazioni, per il fatto di essere raggruppate in un sistema, non aumentano assolutamente la probabilità di vincere.


Bisogna però sottolineare che i sistemi sono utili nei giochi a pronostico, dove non tutte le combinazioni sono ugualmente probabili: nel Totocalcio, per esempio, un sistema può essere studiato per evitare colonne che contengano troppi segni 2, infatti sulla base delle osservazioni storiche le squadre vincono meno in trasferta che in casa.


Pensare di aver quasi vinto.

Una frequente categoria di errori di valutazione è causata dal fatto che il calcolo delle probabilità è anti-intuitivo e spesso non si ha idea di quali siano effettivamente le reali possibilità di vincita a fronte del rischio e della spesa. Il caso più diffuso si ha quando si cerca di valutare, dopo aver perso, quanto vicini si è comunque andati alla vincita. Si introduce così il concetto, involontariamente comico, di ‘ambo mancato di poco’; oppure si pensa: <<Ho fatto tre al Superenalotto, ero a metà strada per fare sei>>.Quando si punta su un numero vicino al vincente, per esempio si punta sul 23 al Lotto e invece viene estratto il 22, non si va affatto vicini alla vincita, si sbaglia e basta. Sembra una banalità, ma ogni numero diverso da quello giusto è un numero completamente sbagliato. Del resto il contenitore del numero 22, scelto da un bambino bendato, poteva anche trovarsi vicinissimo al contenitore col numero 90. Ma chi ha puntato sul 90, vedendo uscire il 22 ben difficilmente penserà: <<Accidenti, per un pelo!…>> E chi fa tre al Superenalotto non è affatto a metà dell’opera: fare tre è infatti quasi due milioni di volte più facile di fare sei.


Terry Schiavo, Nancy Cruzan, Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro. Una lista di nomi che hanno in comune l’essere stati al centro di vicende drammatiche che hanno fatto molto discutere, hanno suscitato dubbi e perplessità, hanno posto interrogativi fondamentali in tema di vita e di morte.

Il caso a noi più vicino, sia in termini di tempo sia di spazio, è sicuramente quello di Eluana Englaro, la donna morta il 9 febbraio 2009 dopo essere stata per 17 anni in stato vegetativo: una drammatica vicenda dai risvolti giuridici, medici, etici ed anche politici. Termini come eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico, coma, stato vegetativo, morte cerebrale sono entrate con prepotenza nelle nostre case e gli eterni dubbi su cos’è la vita e cos’è la morte e su chi può decidere quando inizia una e finisce l’altra si sono fatti sempre più forti.

Alberto Giannini, dottore presso l’Unità di Terapia Intensiva Pediatrica del Policlinico “De Marchi” di Milano, ha aperto il suo intervento al convegno nazionale Questioni di vita, tenutosi a Padova il 23 aprile scorso, proponendo l’isola di Delo, dove nessuno poteva nascere né morire, come metafora di una società che censura gli interrogativi su vita e morte. Ma l’Italia è andata oltre Delo, perché non è tanto la censura a caratterizzare l’atteggiamento del governo italiano nei confronti di queste delicate questioni, ma il totale stravolgimento dei valori e dei diritti dei pazienti. L’ennesimo passo indietro dell’Italia.

«Un uomo è morto quando il suo medico dice che lo è». Un articolo apparso sul settimanale americano Newsweek nel 1967 recitava proprio così, aprendo la strada a quella che Stefano Allievi, docente di sociologia presso l’Università di Padova e autore del saggio L’ultimo tabù: individuo e società di fronte alla morte, definisce “giuridicizzazione della morte”: è morte ciò che la legge dice che sia; è morte ciò che i gruppi di potere dominanti o coalizzati decidono che sia.

Si tratta di un fenomeno che attualmente in Italia sembra essersi imposto con decisione. I dilemmi sul valore e sul significato di vita e morte sono e saranno sempre delicati e ambigui e forse non si troverà mai una risposta certa. Quel che è certo è che bisogna saper gestire i problemi inerenti con la giusta cautela, senza imporre per legge un univoco punto di vista in merito.

Il decreto legge approvato dal Senato italiano il 27 marzo scorso è, come lo definisce un articolo su Nature, un «bill against rights», ovvero una legge contro i diritti. Il paziente non può più decidere autonomamente, può rifiutare cure solo se “sproporzionate” e in ogni caso il medico può comunque scegliere di non attenersi alle volontà del malato. Rimane aperto il dibattito sulla nutrizione artificiale, anche se il problema non dovrebbe sussistere visto che non si tratta di stabilire se la nutrizione artificiale è una terapia o no, perché la si può rifiutare comunque (è un diritto rifiutare qualsiasi cosa sia invasiva per il proprio corpo). Se voglio posso anche rifiutare la nutrizione naturale e nessuno mi può costringere a non farlo. Tuttavia i punti del decreto che risultano inadatti sono molti e oltre ad essere anticostituzionali, vanno palesemente contro la volontà del paziente.

Il caso Englaro ha dunque messo in evidenza una grave carenza normativa riguardo ad un problema che colpisce in Italia 2000-2500 pazienti, che si trovano in coma vegetativo. Ma la risposta del governo italiano sembra essere del tutto inadeguata e invece di assistere i pazienti e venire loro incontro garantendo il rispetto dei propri diritti come persone, marcia apertamente contro la libertà e i diritti dell’uomo. L’Italia si dimostra paradossale: per risolvere un problema inerente la garanzia al malato dei suoi diritti di scelta sulla propria vita, e dunque sulla propria morte, reagisce imponendo per legge la negazione di tali diritti.

Cinquantacinque miliardi per la ricerca scientifica ma l’Italia non ottiene i finanziamenti per le difficoltà nel compilare i progetti

 

Il Programma Quadro è lo strumento principale per il finanziamento della ricerca italiana.

La Comunità Europea ogni cinque anni decide di assegnare un budget per la ricerca. Nel periodo 2007-2013 (VII Programma Quadro) il fondo è di 55 miliardi di Euro di cui 6 sono destinati al tema della salute, 9 alle tecnologie informatiche e solamente  1,8 all’ambiente (compresi  i cambiamenti climatici).

Rispetto al periodo 2002-2006 con i suoi 17.5 miliardi di Euro, l’incremento è del 60% ma si prevede che per il prossimo quinquennio il budget destinato alla ricerca sarà notevolmente  più importante (oltre  80 miliardi di Euro) perché si vuol fare in modo che questa sia un motore per lo sviluppo europeo, tenendo anche conto che Stati Uniti e Giappone investono molto di più.

Dei fondi destinati alla ricerca scientifica, la Comunità Europea mette il 6% del totale mentre il restante 94% viene dai contributi dei singoli Stati membro. L’Italia, pur essendo ai primi posti per qualità della ricerca e per numero di progetti presentati ,  non riesce a rientrare dei fondi messi nel calderone e porta a casa soltanto il 4% dei  55 miliardi disponibili. Nel periodo 2007-2009, il nostro Paese ha presentato 986 progetti di cui solo 144 sono stati selezionati per essere finanziati.

<<Il problema fondamentale – dice Gianluca Quaglio, esperto nazionale  distaccato dall’Azienda Ospedaliera di Verona in Commissione Europea – è la frammentazione presente a livello europeo, non solo nel nostro Paese: una ricerca fatta in Germania, per esempio, può essere ripetuta in Olanda ed in Italia con spreco di risorse. La stessa cosa avviene all’interno del nostro Paese tra le varie Università. Manca un coordinamento, non si riesce a creare un sistema>>.

 L’idea della Comunità Europea per il futuro è di premiare quei progetti i cui enti di ricerca saranno riusciti a coordinarsi; in questo modo le risorse disponibili avrebbero un valore aggiunto superiore.

Ogni anno per il tema salute la Comunità Europea produce un programma di lavoro; la Commissione parte da un foglio vuoto che nel corso dei mesi riceve influenze da ogni Stato membro il quale ha un gruppo di esperti che suggerisce quali possono essere gli argomenti  d’interesse per un dato Paese membro. La competizione è molto alta perché l’area europea di ricerca è allargata anche ai 10 Paesi candidati oltre che ai 27 Stati che ne fanno già parte.

Per avere maggior probabilità di successo è fondamentale investire nelle risorse umane ossia del personale a Bruxelles  in stretto contatto con gli enti di ricerca e dedicato alla sanità, al sociale e alla ricerca biomedica. In questo modo è possibile sapere in tempo quali possono essere le aree di interesse e presentare opportune proposte.

Molti  progetti di ricerca italiani vengono scartati perché non rispettano il termine ultimo per la presentazione, perché non sono efficaci nell’esposizione o perché non accolgono determinati suggerimenti come per esempio il coinvolgimento delle piccole medie imprese. In quest’ultimo caso, il privilegio a parità di qualità scientifica viene dato ad altri progetti più accondiscendenti. Non bisogna dimenticare che il lavoro deve avere una dimensione europea, deve essere possibile verificarne l’impatto in termini di benessere generale ed elaborare una robusta strategia di divulgazione dei risultati.

APRE, Agenzia per la promozione della Ricerca Europea, è a disposizione dei ricercatori e ospita  i Punti di Contatto Nazionale per tutte le Aree tematiche del VII Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo tecnologico dell’Unione Europea (www.apre.it)

 

Cinquantacinque miliardi per la ricerca scientifica by Roberta Camuffo is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia License.
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Simmetrie perfettamente incastonate le une dentro le altre; figure impossibili che si fanno ripercorrere continuamente dagli occhi; porzioni di infinito racchiuse in immagini che paiono uscire dall’opera stessa: queste sono solo alcune delle percezioni che un osservatore può avere, nell’avvicinarsi alle opere di Mauritius Cornelius Escher.

L’autore, fin dagli esordi della sua produzione, manifesta uno spiccato interesse verso la natura e il mondo, l’infinito e le regole geometrico-matematiche che meglio possano rappresentarne almeno uno scorcio. Escher, pittore ed incisore, nasce in Olanda nel 1898 e cresce in un contesto fortemente orientato alla scienza, avendo il padre ingegnere e molti amici matematici e fisici, da cui trae ispirazione per la sua produzione. Per lavoro è costretto a spostarsi molto in ambito europeo, e da ogni terra ricava spunti per i suoi lavori.

L’attenzione verso la bellezza del paesaggio, la perfezione della natura e la ricerca del particolare, influenzano le opere di esordio, in cui l’artista alterna a semplici disegni a matita, incisioni su legno, pietra e tessuto. Soffermandosi sulle produzioni iniziali, si ha già la sensazione che dietro a quei panorami dai tratti così perfetti e a quei particolari così ben riprodotti, vi sia una mente pregevole e profonda.

Il bianco ed il nero dominano un po’ in tutte le espressioni artistiche di Escher: il contrasto in questo modo si fa netto, e parti differenti del disegno, emergono così alternativamente. Il colore si fa preponderante nei “Disegni periodici” e negli “Studi per la suddivisione regolare del piano”, in cui l’artista rappresenta ripetizioni di soggetti reali od astratti: qui i contorni tra le figure combaciano perfettamente e rimangono tali anche se ruotate di 180°. La divisione regolare del piano è, per l’autore, un modo di catturare l’infinito, imprigionandolo in una composizione “chiusa”.

Si scopre e si apprezza il genio dell’artista, mano a mano che si prosegue nel suo percorso produttivo, fino a quando ci si ritrova dinnanzi ai famosi saliscendi di scale che riportano infinitamente allo stesso punto di partenza; ai giochi di prospettiva in cui i soffitti si scambiano i ruoli con i pavimenti e la visione dell’oggetto dall’alto e dal basso coesistono nella stessa incisione.

Le regole di costruzione del disegno spesso sembrano venire stravolte da tratti fantasiosi di realtà impossibili e da rappresentazioni completamente illogiche in cui anche il soggetto fermo diventa veicolo di movimento che, a sua volta, porta a metamorfosi continue. Nulla però è lasciato al caso: ogni linea soggiace a precisi calcoli matematici e geometrici che solo una mente geniale può elaborare. Le famosissime “Mani che disegnano“, “Giorno e notte“, “Metamorfosi“, “Su e giù“, “Mano con sfera riflettente” e “Tre mondi“, solo per citarne alcune, incantano e stupiscono chiunque. In queste opere si ammira l’opera massima di Escher, ovvero le “immagini interiori”, come le definiva l’autore.

“L’immagine mentale è qualcosa di molto diverso da un’immagine visiva, e per quanti sforzi si facciano, non si riesce mai del tutto a raggiungere la perfezione che tormenta l’anima: una perfezione che possiamo “vedere” con l’occhio interiore…”.
(M.C.Escher, citazione tratta da Doris Schattschneider, “Visioni della Simmetria.Disegni grafici di M.C.Escher“, Bologna, Zanichelli, 1992).

Laura Marcazzan

“LA NUOVA ECOLOGIA POLITICA”

Jean-Paul Fitoussi   Éloi Laurent

(Milano, Feltrinelli, 2009, pp. 120, € 14,00.)


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Quando si dice “sostenibile”, e lo diciamo spesso, pochi pensano che quella “way of life” abbia origine già nel 1987; e anche tra i pochi che lo pensano, solo una minima parte sa che cosa voglia realmente significare.
Vale la pena di andare a rileggere come tutto è cominciato ne La nuova ecologia politica che Jean-Paul Fitoussi, professore all’Institut d’études politiques di Parigi e presidente dell’osservatorio francese delle congiunture economiche, ha scritto a quattro mani con Éloi Laurent.
Un’iniezione di scienza nell’economia, mista ad audacia “global”.
Tradotto da Sandro D’Alessandro per Feltrinelli Editore e pubblicato recentemente, è un piccolo, grande trattato sull’eco-democrazia: piccolo perché in sole centoventi pagine ci apre a scottanti temi ventennali; grande perché rimette ordine nel campo, vasto e minato, della sostenibilità.
Perché questa è in fin dei conti la domanda: come si è arrivati ad avere un’intuizione come quella dell’eco-compatibilità e abbandonarla, un attimo dopo, nel dimenticatoio?
La crisi alimentare ed energetica diviene, per due delle più autorevoli voci fuori dal coro, un problema da combattere miscelando i “sistemi terrestri” (variazione di temperatura, livello delle precipitazioni e dei mari, eventi estremi, ecosistemi, risorse idriche) con i “sistemi umani” (governance, tasso di istruzione, sanità, equità, demografia, preferenze socio-culturali, sistemi di produzione e consumo, tecnologia e commercio). Indispensabile è una “codeterminazione” tra sistema ecologico, politico ed economico. Come, del resto, aveva “profetizzato” il Nobel per l’economia, Amartya Sen.
Non a caso, il più delle vittime dell’uragano Katrina, che ha travolto New Orleans nel settembre del 2005, sono morte durante la tempesta non per via della violenza degli elementi, ma dopo il suo passaggio, per la lentezza e l’insufficienza dei soccorsi.
Gli effetti disastrosi del cambiamento climatico- questa la denuncia di Fitoussi- non possono essere ridotti soltanto a semplici “catastrofi naturali”. Si tratta piuttosto di catastrofi sociali.
Il rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) del 2007 ha, per esempio, messo in luce come l’Africa, responsabile di meno del 4% delle emissioni di gas a effetto serra, a partire dal 2020 conterà dai 70 ai 400 milioni di persone esposte a scarsità d’acqua, causata dal cambiamento climatico.
La povertà, poi, spinge le popolazioni dei paesi in via di sviluppo- che vivono per il 70% in ambiente rurale- a sfruttare il capitale naturale a portata di mano (foreste, pesci, minerali) per poter vivere. Ma “La Nuova ecologia politica” non è una demonizzazione della crescita, neppure della decrescita tanto cara al filosofo francese Latouche. Piuttosto è una terza via, esente da veggenze apocalittiche, che pone l’abbattimento delle disuguaglianze sociali e gli investimenti pubblici nell’industria verde, come il solo antidoto per rinsavire dalla crisi ecologica e da quella ambientale. Che viaggiano parallelamente.
Chiudono il volume due utili appendici: una che coincide con l’analisi critica di ecologia, sviluppo e democrazia; l’altra in un’osservazione delle due imponenti economie emergenti, Cina e India.

Valentina MURRIERI

Quante volte vi sarebbe piaciuto poter prevedere il futuro? Poter calcolare con certezza gli avvenimenti? Non serve avere una sfera di cristallo o poteri magici…basta un po’ di sana fisica!

Che cos’è la fisica?

La fisica è lo studio di tutto quello che accade intorno a noi, per poter capire i fenomeni della natura e creare delle leggi. Queste leggi sono come delle formule magiche che ci aiutano a capire e a prevedere quello che succede nel nostro mondo: come si muovono le cose, come si trasformano le sostanze, cosa sono l’energia e il calore. Grazie alla fisica noi possiamo studiare lo spazio e il tempo e fare previsioni sul futuro.

Lo spazio e il tempogoku

Lo spazio (s) in cui viviamo e ci muoviamo si chiama tridimensionale, perché è possibile muoversi in tre modi o dimensioni: alto e basso, avanti e indietro, destra e sinistra. Inoltre, sappiamo anche indicare quanto spazio percorriamo: ad esempio, guardando il cartone animato Dragon Ball, possiamo dire che Goku ha corso per 1000 metri durante un allenamento. I 1000 metri sono una misura di lunghezza, che di solito si indica in metri (m). Si dice che il metro è l’unità di misura dello spazio. Misurare il tempo (t), invece, è più difficile, ma la fisica ha comunque escogitato un modo per farlo. Osservando l’alternarsi del giorno e della notte, infatti, è stato possibile definire quanto valgono un’ora, un minuto, un secondo. Si è deciso di scegliere come unità di misura del tempo i secondi (sec). Possiamo dire che Goku ha percorso i 1000 metri in 3 minuti, cioè in 180 secondi.

La velocità

Ma c’è ancora qualcos’altro che potrebbe interessarci sapere di Goku. Quanto veloce correva?

La velocità (v) è una grandezza derivata, ciò significa che nasce mettendo insieme lo spazio e il tempo, deriva dall’unione dello spazio e del tempo. Infatti misura che legame c’è tra lo spazio percorso e il tempo impiegato per percorrerlo. La velocità si misura in metri al secondo (m/sec), anche se voi conoscerete di più la misura km/h, ovvero i famosi kilometri all’ora che indicano quanto state correndo se siete in macchina. Esiste una formula magica per scoprire quanto veloce correva Goku, ed è questa:

v = s : t

ovvero si deve dividere lo spazio per il tempo. La velocità di Goku sarà quindi 1000 : 180 = 5,55 metri al secondo. Significa che in un secondo, Goku percorre circa 5 metri e mezzo. Veloce il tipo eh? Sarà perché è un bimbo con la coda?

Prevedere il futuro

Ma cosa c’entra tutto questo con la sfera di cristallo? Com’è possibile prevedere il futuro con lo spazio, il tempo e la velocità? Saper calcolare spazio, tempo e velocità con le formule magiche della fisica può servirvi a sapere in anticipo molte cose.

Le formule magiche della fisica

Velocità = spazio : tempo (v = s : t)

Tempo = spazio : velocità (t = s : v)

Spazio = velocità x tempo (s = v x t)

zenigata

Facciamo un esempio: il poliziotto Zenigata vuole riuscire a catturare il famoso e imprendibile ladro Lupin. Ha fatto delle ricerche e i suoi informatori gli hanno detto che Lupin sta scappando su un’automobile che viaggia sempre alla stessa velocità, di 75 km/h (21 m/sec circa). É partito con la sua auto, alle 11.30, da Padova e sta andando verso Verona. Per andarci deve passare per Vicenza. La distanza tra Padova e Vicenza è di 35 km (35000 m). Zenigata decide di usare le formule magiche della fisica per sapere quando esattamente Lupin arriverà a Vicenza, per poter coglierlo di sorpresa e arrestarlo.

t = s : v

cioè t = 35000 : 21 = 1667 sec (circa 28 minuti)

Quindi Zenigata sa che Lupin impiegherà 28 minuti per arrivare a Vicenza, partendo alle 11.30. Perciò un po’ prima di mezzogiorno (11.30 + 28 minuti = 11.58), Zenigata e i suoi poliziotti saranno schierati sulla strada per acciuffare Lupin.

Certo, sappiamo che Lupin è troppo furbo per farsi catturare, ma questa è un’altra storia…

I progressi della fisica

Ancora non siete convinti? Eppure vi assicuriamo che la fisica e le sue formule magiche hanno permesso di scoprire un sacco di cose sensazionali! Con il tempo, lo spazio, la velocità e poi anche l’accelerazione, siamo in grado di calcolare tantissime cose, non solo nel nostro mondo, ma anche per quanto riguarda l’universo!

Possiamo prevedere delle eclissi, fare previsioni sul destino dell’universo, scrivere delle leggi che descrivono come si muovono i pianeti, capire cos’è la forza di gravità e come funziona, e molto altro ancora. Tutto grazie a queste semplici formule!

Esercitati anche tu con la fisica, chissà che in futuro non scoprirai qualcosa di straordinario come hanno fatto tanti scienziati in passato :-)

ORA PROVA TU!

0000034337_20061020191523È arrivato il tuo momento! Prova a usare le formule magiche della fisica per risolvere questo problema:

Bart Simpson sta facendo una gara di skateboard con i suoi amici. È così bravo e corre così veloce che arriva primo e vince. La sua velocità è di 10km/h (0,17 m/sec). Ci mette 5 minuti e mezzo (330 secondi) per arrivare al traguardo.

Quanta strada è riuscito a percorrere? Usa le formule magiche per scoprire quanto spazio Bart e il suo skateboard sono riusciti a percorrere!

(Soluzione = 56,1 metri)


Il Telescopio spaziale AGILE ha individuato, per la prima volta, l’emissione di raggi gamma prodotta da venti di collisione di un sistema stellare binario (ossia, un sistema costituito da due stelle in orbita l’una intorno all’altra).

Quando le immense masse di gas, generate dai questi sistemi binari, si scontrano tra loro, avviene l’emissione di radiazioni gamma, tale fenomeno è stato, fino ad ora, solamente ipotizzato ma mai osservato e questo fa capire l’importanza di questa scoperta.

Il sistema binario in cui si è osservato il fenomeno è la regione di ETA CARINAE che, con una massa 100 volte il nostro sole, rappresenta la stella più grande della nostra galassia.
Questo “gigante” è avvolto da un forte vento stellare costituito da un flusso di gas neutro, il quale, scontrandosi alla velocità di migliaia di chilometri al secondo con quello della sua stella compagna, provoca l’emissione di raggi gamma.

Eta Carinae

Il telescopio spaziale AGILE, lanciato dalla base Indiana di Sriharikata il 23 aprile 2007, festeggia il suo secondo anno di vita con questa grande scoperta, che verrà presto pubblicata sulla rivista The Astrophysical Journal Letters.

AGILE (Astro rivelatore gamma a immagini leggero) è una missione dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana), progettato dall’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), in collaborazione con l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e con numerosi istituti universitari italiani. E’ stato interamente costruito in Italia dagli istituti scientifici e da un consorzio industriale formato da piccole e medie imprese, che comprende tra l’altro, la Carlo Gavazzi Space, la Rheinmetall Italia, la Thales Alenia Space e la Telespazio.

Questo telescopio rappresenta, per l’astrofisica gamma, lo strumento più compatto e leggero mai realizzato fino ad ora: è costituito da un cubo di circa 65 cm di lato, nel quale si trovano quattro rivelatori diversi, con una massa complessiva all’incirca di 100Kg.
Caratteristica unica di Agile è la sua capacità di rivelazione simultanea, sia dei raggi X, sia dei raggi gamma, ottenuta con una strumentazione basata su rivelatori al silicio di minimo ingombro. L’intero satellite pesa circa 350kg, un record per questo tipo di satellite scientifico.
AGILE è anche il primo satellite per l’Astrofisica gamma a disporre di un campo visivo cosi grande (circa 1/5 del cielo).

Gli stessi rilevatori, costruiti interamente in Italia, sono stati richiesti da altre agenzie spaziali, tra qui la NASA.

Il telescopio spaziale A.G.I.L.E.

Confrontando AGILE con i telescopi di generazione precedente (ad es. Egret) si possono intuire meglio i notevoli vantaggi di questo piccolo telescopio: nove mesi, contro nove anni per una mappatura completa; 100Kg, contro due tonnellate di massa; 100-120 gradi di ampiezza di campo, contro i 40-50 di Egret.

Fino ad ora, AGILE, ha compiuto più di 10 mila orbite intorno alla terra regalando varie soddisfazioni:
Con un dettaglio mai raggiunto prima, ha realizzato la mappa completa del cielo osservato nella radiazione gamma; ha studiato il centro della nostra galassia (regione ricca di potenziali sorgenti ad alta energia); ha rilevato, da parte di stelle di neutroni e sorgenti galattiche, fenomeni di emissione X “spasmodica”, soggetti a cambiamenti molto rapidi (1-2 giorni di durata) non spiegabili con i modelli teorici attuali.

AGILE ha compiuto anche osservazioni di pulsar (stelle di neutroni in rapida rotazione intorno al loro asse) che hanno permesso di registrare, con grande accuratezza, le periodiche variazioni nel tempo delle loro emissioni di raggi gamma, con periodi addirittura di pochi millisecondi.

Sono stati rilevati anche molti lampi di raggi gamma (Gamma Ray Burst, GRB), prodotti da esplosioni di stelle lontane, come pure, del tutto inaspettatamente, “flash” gamma terrestri mai osservati prima, provocati da lampi molto forti sviluppatisi sulle foreste tropicali, «un campo di studio molto eccitante e nuovo», come lo ha definito Marco Tavani, responsabile scientifico di Agile.

Per saperne di più:  http://agile.rm.iasf.cnr.it/

Venezia, mercoledì 3 giugno 2009

Presentazione Festival Arte in Ospedale

Presentazione Festival Arte in Ospedale

A Palazzo Balbi è stato inaugurato il primo Festival Europeo di arti visive in ospedale. Il progetto, avviato dall’ associazione francese Art dans la Citè, e co-finanziato dalla Comunità europea, ha tra i suoi partner la Regione Veneto.

Nella splendida cornice della Sala Pedenin, Rachel Even et Olivier Galaverna, rispettivamente Direttrice artistica e Direttore scientifico di Art dans la Cité, hanno illustrato il progetto che ha coinvolto dieci artisti di fama internazionale, per la realizzazione di un’opera plastica, all’interno di nove diverse strutture ospedaliere europee.

Marc Couturier, ha presentato “Fusione di vegetale e siderale, l’opera da lui realizzata all’Ospedale di Thiene (Vicenza). Il lavoro evoca vegetazione, cielo e spazio, e “svela la dimensione cosmica celata nei motivi colorati di una foglia di aucuba”. Come in un’immensa serra le foglie, serigrafate da Coturier su pellicola elettrostatica, coprono le pareti in vetro della sala d’attesa del servizio prelievi.

Il 16 settembre, data della chiusura del festival, a Parigi, una giuria composta da artisti ed esponenti del mondo della sanità, sceglieranno l’opera vincitrice, tra quelle realizzate nei nove ospedali europei.

Il Direttore generale dell’Ulss 4, Dr. Domenico Mantoan, ha chiuso la conferenza ricordando come arte e sanità caratterizzano l’Europa e come questa iniziativa rappresenti un passo importante per l’unità Europea. Dando appuntamento a Parigi ai convenuti, ha aggiunto “comunque vada, dentro di me sono già convinto che a Thiene abbiamo vinto il primo premio”.

La cerimonia si è conclusa con un buffet e con la consegna ai partecipanti di un pieghevole di quattro pagine con l’anteprima del numero di Janus di settembre sul Festival Europeo di Arti Visive

Per saperne di più: http://www.adlcfestival.eu/index.html

Cristina Rigutto

Fonte: Cristina Rigutto (Regione Veneto)

“ Parlar oscuramente lo sa far ognuno, ma chiaro pochissimi ”

Galileo Galilei, Opere IX, 73.

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1.     Ipse dixit

All’epoca di Galileo era convinzione diffusa che i problemi o erano irresolubili perché al di là della capacità di comprensione della mente umana, o erano già stati risolti e le risposte erano contenute nelle grandi opere del passato. Bastava solo studiare queste opere.

L’obbiettivo primario della ricerca dei dotti doveva essere la deduzione di conclusioni a partire da principi posti da predecessori. Le conoscenze potevano essere ampliate ma era inconcepibile pensare di ristrutturarle.

 In Italia all’inizio del XVII secolo, gli aristotelici erano il gruppo intellettuale che occupava le cattedre più importanti e costituiva la baronia accademica. La cultura dominante del tempo era quindi basata su Aristotele, il maestro di color che sanno (Dante: Inferno, canto IV – verso 131).

La posizione della cultura accademica ufficiale era che la Natura stessa avesse parlato per bocca di Aristotele – Ipse dixit – nelle cui opere, che tra l’altro non avevano trascurato alcuna parte dello scibile umano, stava la sorgente di ogni sapere. I matematici che seguivano gli insegnamenti di Euclide ed Archimede erano in netta minoranza.

Questo atteggiamento mentale irritava Galileo secondo il quale l’interpretazione corretta della Natura non poteva essere fornita né da Aristotele né da Platone né da Democrito, bensì dallo studio diretto del linguaggio naturale e dalla sua interpretazione.

2.     Il Libro della Natura

Nel Saggiatore, pubblicato nel 1623 e dedicato al nuovo papa Urbano VIII, troviamo la fondamentale tesi galileiana che “la filosofia è scritta nel grandissimo libro della natura che continuamente ci sta aperto dinnanzi agli occhi, l’universo, ma non si può intendere se prima non si impara a intendere la lingua, e conoscere i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica e i caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche”.

Ma come arrivare a conoscere questo linguaggio?

Galileo scelse la geometria come propria guida per rispondere a questa domanda cruciale.

Prima dall’ora la matematica non era considerata un’occupazione degna dei filosofi  sebbene fosse competenza della Filosofia tutto ciò che riguardava il sapere.

E non era vista come disciplina di importanza pratica in quanto non consentiva all’uomo di operare sulla natura.

Galilei era invece convinto del contrario e credeva che si potessero scoprire verità interamente nuove e che le ricchezze della Natura fossero sconfinate.

Con Galileo cominciò dunque un processo irreversibile che portò la fisica a staccarsi dalla filosofia. Lo stesso termine ‘ipotesi’ perse il significato di pura esercitazione mentale fine a se stessa – e quindi priva di riferimento alla realtà concreta dei fenomeni fisici -  ed indicò invece la formulazione provvisoria di una legge fisica non ancora sperimentata.

3.  Una vera rivoluzione

Per decifrare il “grandissimo libro” c’era una sola strada: realizzare esperimenti in grado di dare risultati riproducibili. Grazie a Galileo, nasce un nuovo modo di considerare la conoscenza scientifica: il metodo sperimentale.

Il metodo sperimentale prevedeva in prima istanza il ricorso sistematico ed intensivo all’osservazione e all’esperienza, non solo quella affidata ai sensi, ma anche e soprattutto quella basata sull’uso degli strumenti: il telescopio, ovviamente, e subito dopo il microscopio, la pompa pneumatica, il termometro, il barometro, l’orologio di precisione.

Questo approccio consentì agli scienziati del Seicento di scoprire un’enorme quantità di realtà e fenomeni mai visti prima, spesso assolutamente sorprendenti ed inaspettati: le “novità” celesti di Galileo, le cellule viventi di Hooke, le uova dei mammiferi di De Graaf, i globuli rossi di Swammerdam, i protozoi e gli spermatozoi di Leeuwenhoek.

4.  L’esperimento

Per cogliere la verità dei fenomeni non bastava osservare, sia pure con l’ausilio degli strumenti. La grande novità era costituita dall’introduzione dell’esperimento e dal nuovo rapporto che veniva impostato tra ipotesi ed esperimento. Solo se l’esperimento (o meglio una serie di esperimenti) riusciva si poteva considerare l’ipotesi come una teoria: una teoria ovviamente provvisoria, sempre suscettibile di venire smentita da altre e più approfondite verifiche.

Grazie all’esperimento lo scienziato riproduceva, nel proprio laboratorio e con strumenti appositamente costruiti, i fenomeni naturali. La natura veniva in questo modo costretta a rispondere a precise domande.

Spesso l’esperimento ipotizzava condizioni ideali che non esistevano in natura: il vuoto ad esempio. Ma proprio per questo costituiva un metodo di investigazione dalle potenzialità infinite. Per essere significativo l’esperimento richiedeva di essere ripetibile, costante nei risultati, pubblico, confermato da altri scienziati. Un metodo che non solo differiva dall’esperienza aristotelica, ma anche dalle manipolazioni sperimentali di maghi ed alchimisti del Rinascimento.

5. Il metodo deduttivo

Accanto all’osservazione e agli esperimenti, il metodo sperimentale prevedeva però anche un altro fondamentale modo di investigare la natura: la dimostrazione matematica, la deduzione razionale di leggi e di processi di causa-effetto.

Galileo chiamava queste procedure “certe dimostrazioni” e le metteva accanto, ma distinte, alle “sensate esperienze”.

Per lo scienziato sperimentale la realtà fisica è deterministica, cioè ogni evento è il frutto di una concatenazione di cause ed effetti che sono legati necessariamente tra loro da strettissime regole logico-matematiche. Un’ipotesi scientifica che deve ancora trovare conferma sperimentale può avvalersi del metodo deduttivo, una via puramente astratta che si basa su puri calcoli matematici.

L’aspetto deduttivo venne applicato soprattutto alle scienze ‘matematizzate’: astronomia, cosmologia e fisica. Facendo ricorso alla deduzione matematica lo scienziato poteva prescindere dalla verifica sperimentale. Bastavano i cosiddetti “esperimenti mentali”.

Due esempi? Le leggi fisiche sulla caduta dei gravi di Galileo e sulla gravitazione universale di Newton. Tali leggi non trovano applicazione esatta nella realtà dei fenomeni osservati in quanto presuppongono delle condizioni ideali (vuoto assoluto, mancanza di attrito, assenza di perturbazioni gravitazionali multiple) ma non per questo viene meno la loro validità.

6.  Il principio d’inerzia

Un classico esempio di conoscenza scientifica raggiunta per mezzo del nuovo metodo sperimentale è il principio di inerzia:

“un corpo in movimento, in assenza di forze esterne che lo frenino, si muove a velocità costante

Una volta ipotizzata la legge fisica, si passa alla conferma sperimentale: l’esperimento ideale, in questo caso, sarebbe studiare il moto di un oggetto che si muove su un piano perfettamente orizzontale e senza alcun attrito (in condizione di vuoto assoluto).

Galileo intuì che era impossibile riprodurre tali condizioni sulla terra ma ugualmente studiò a lungo il moto di oggetti fatti scivolare su piani inclinati e su piani orizzontali.

Egli isolò il problema del moto degli oggetti dal suo contesto fisico-atmosferico, considerando il problema del moto in sé, ossia senza curarsi degli effetti delle perturbazioni esterne (vento, attrito con l’aria e con le superfici). Stabilì così che un corpo permane in moto rettilineo uniforme proprio in mancanza di forze che lo perturbano.

Gli studi provarono la validità del principio di inerzia, accantonando scientificamente l’ipotesi aristotelica che era stata accettata fino a quel momento: Aristotele pensava che il moto di un corpo permanesse finché esisteva una forza che lo spingeva, ignorando completamente l’azione delle forze di attrito che lo facevano fermare.

 “… ma che sia forza di finalmente adattare la filosofia alla natura e ciò con assai minor offesa di Aristotele, suo principe, il quale se a questi secoli fosse vivo, cangerebbe molte sue opinioni ..

Galilei, Opere V, 96

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